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"STATE PER ENTRARE IN TERRITORIO ZAPATISTA RIBELLE, QUI IL POPOLO COMANDA E IL GOVERNO OBBEDISCE!"
Continente confuso...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 8 novembre 2011


Rispetto al Sud, il Centro-America vive elezioni e presidenti molto variegati e ambigui, se non criminali allo stato puro! E' di ieri la notizia, cui è stato dato molto risalto, dell'elezione a Presidente del Guatemala (uno degli stati più sfigati d'America!) dell'ex Generale Otto Pérez Molina, genocida e criminale conclamato, ai tempi delle terribili dittature militari degli anni 70-80, che portarono ad una vera pulizia etnica nel paese, con un sterminio di dimensioni devastanti di indigeni guatemalechi! Per la serie: "Andiamo avanti così, facciamoci del male!" Perciò il Guatemala, da un pallido presidente socialdemocratico come Alvaro Colom Caballeros, passa ad una destra populista dura e pura, probabilmente favorita dall'alto tasso di criminalità nel paese... Con il curriculum di Molina, però, non credo che la violenza calerà... tutt'altro! Altra (ri)elezione avvenuta in questi giorni, di cui si è parlato meno nei grandi giornali italiani (forse per il personaggio coinvolto), è la riconferma di Daniel Ortega alla guida del Nicaragua, altro paese poco fortunanto, storicamente. Qui il discorso è più complesso, perchè Ortega è personaggio parecchio discutibile, con molte luci (la Rivoluzione Sandinista del 1979, e il suo primo governo marxista), ma anche parecchie ombre, in particolare nell'ultima parte degli anni 80, quando stava concludendo la sua prima presidenza, ombre confermate anche in questi anni, dopo il suo secondo mandato del 2006, quando fu rieletto ascrivendosi a quei presidenti progressisti emersi negli ultimi anni in America Latina, visto lo stretto rapporto con Chàvez, Lula & C. Sicuramente, per il Nicaragua degli anni 2000, Ortega era il male minore, visto che il paese è uno dei pochi cresciuti economicamente nella regione centrale, grazie anche i programmi sociali portati avanti, in ricordo dei memorabili anni sandinisti, stroncati dalla ferocia dei Contras (di cui un vecchio appartenente, era proprio lo sfidante di domenca di Ortega), gruppi paramilitari finanziati dagli USA in ottica contro-rivoluzionaria. Ma comunque Ortega in questi 5 anni si è posto su posizioni ambigue, legandosi a doppio filo con la medievale Chiesa locale, facendo pochissimo contro la corruzione presente nel paese, come a fine del suo primo mandato, mantenendo ottimi rapporti con FMI e Banca Mondiale, ma allo stesso tempo godendo dei finanziamenti petroliferi venezuelani di Chàvez, presidente visto come il fumo negli occhi dagli organismi sopra citati! Inoltre, suscita parecchie polemiche il fatto che sia stato eletto per la terza volta, eventualità non prevista dalla Costituzione nicaraguense, ma aiutato da una compiacente sentenza dell'Alta Corte, e non magari attraverso un referendum popolare costituzionale come lo stesso Chàvez o come voleva fare il vicino honduregno Zelaya, prima di essere destituito da un colpo di stato (già dimenticato, purtroppo, ma questo è un altro discorso). Insomma, Ortega non suscita particolari simpatie rispetto ad altri suoi colleghi, è sempre meglio del suddetto guatemaleco Molina, ma mi auguro che tra cinque anni il Nicaragua trovi qualcosa di meglio in alternativa a Daniel, non magari il solito fascistucolo ottugenario iperliberista! Vi lascio un articolo del sempre ottimo Maurizio Matteuzzi, uscito domencia sul Manifesto, quindi prima della sua ri-elezione, in cui spiega bene l'evoluzione dell'ormai ex rivoluzionario... Buona lettura!

da www.ilmanifesto.it

C'era una volta il Fronte sandinista Adesso c'è solo Daniel Ortega
 
Maurizio Matteuzzi
 
Favorito per la rielezione nel voto di oggi Dalle speranze del '79 al paese di oggi: mix astuto di «socialismo, cristianesimo e solidarietà»
C'era una volta. C'era una volta il Nicaragua sandinista. Che non è quello in cui nelle elezioni presidenziali di oggi, con ogni probabilità e stando ai sondaggi, vincerà di nuovo Daniel Ortega, il presidente uscente e il più popolare dei sandinisti di allora.
Quel Nicaragua era nato dopo che la guerra di liberazione costrinse alla fuga precipitosa Anastasio Somoza, l'ultimo della dinastia dei famosi «figli di puttana» (ma «nostri figli di puttana», come recita la celebre frase attribuita al presidente Usa Franklin D. Roosevelt) che per oltre 40 anni aveva fatto il bello e il cattivo tempo; era nato dopo la trionfale entrata a Managua del Fsln nel luglio del '79. Il Nicaragua sandinista sembrava destinato a diventare «la seconda Cuba». Sembrava anche che il virus della rivoluzione, o almeno della liberazione, potesse espandersi in altri paesi della desolata America centrale e fra le isolette dei Caraibi: nel Salvador del Fmln, nel Guatemala della Urng, fino al Panama del «generale della dignità» Omar Torrijos, perfino nell'isoletta di Granada dove il giovane Maurice Bishop aveva preso il potere in quello stesso '79. A Managua si respirava un aria ebtusiasmante fra il rosso-nero delle bandiere del Fronte e il vero-olivo delle divise dei guerriglieri. I giovani comandanti sandinisti divennero estremamente popolari fra la sinistra internazionale e i giovani «sandalisti» - sacco a pelo e sandali - sbarcavano a frotte all'aeroporto intitolato a Sandino. Tutti sapevano tutto sulle tre correnti del Fronte - la Guerra popular prolongada del marxista ortodosso Tomas Borge, i Proletarios del trotzkista Jaime Wheelock, i Terceristas di Daniel Ortega -, Gabriel Garcia Marquez aveva scritto un memorabile articolo su Eden Pastora, il Comandante Zero, che aveva attaccato il parlamento somozista con dentro tutti i deputati. Ma durò poco. Carter perse la rielezione e alla Casa bianca arrivò Ronald Reagan. E con lui la sua «rivoluzione conservatrice», la «guerra sporca» affidata ai «contras» per stroncare il Nicaragua sandinista (e il Salvador e il Guatemala e Panama e Granada...) e fermare il virus.
Ortega vinse facile le prime elezioni presidenziali dell'84 ma poi perse a sorpresa quelle del '90, che Fidel Castro gli aveva sconsigliato di tenere nel mezzo di una micidiale guerra civile, con un' inflazione del 30000 per cento e sotto l'attacco Usa. Vinse la signora Violeta Barrios de Chamorro e Ortega rispettò il risultato.
Da allora Ortega si è ripresentato a ogni tornata elettorale e finalmente, nel 2006, è riuscito a tornare alla presidenza. Ma il Nicaragua - e non poteva essere diversamente - non è più quello «originario». Il mondo è cambiato. Il Fronte sandinista è sempre lì, frantumato in mille pezzi ma cementato dal potere, però è un'altra cosa.
Stando alla costituzione, Ortega oggi non si potrebbe ricandidare - consentendo solo due mandati non consecutivi -, ma grazie a una sentenza compiacente della Corte suprema nel 2009, è di nuovo lì. I sondaggi lo danno sul 50%. L'opposizione «liberale» è divisa e il suo concorrente più vicino, Fabio Gadea, un ex contra quasi ottantenne, è sul 30%.
Ortega, in connubio con la moglie Rosario Murillo, ex-femminista molto discussa e ministro delle comunicazioni, è stato abile: è riuscito a dividere l'opposizione, a stabilizzare l'economia (quella più cresciuta in Centro America nel 2010), ad avviare una serie di programmi sociali che gli garantiscono l'appoggio degli strati più poveri, a guadagnarsi il sostegno degli imprenditori, a superare l'antica ostilità della potente chiesa cattolica (il suo grande nemico di un tempo, il cardinale Obando y Bravo, oggi in pensione, è diventato un amico), ad avere le lodi dell'Fmi e della Banca mondiale che indicano il «suo» Nicaragua come un modello di riforme «market-friendly» e un posto sicuro per gli investimenti, a mettere a frutto (non solo a suo profitto personale...) l'alleanza con il generoso venezuelano Hugo Chavez. Come recita il suo slogan - «socialismo, cristianesimo, solidarietà» - è riuscito a mettere insieme tutto e il contrario di tutto. E' così che il Nicaragua è il paese «socialista» in cui, dal 2006, è probito ogni tipo di aborto, anche quello terapeutico che vigeva dal 1837, e Rosario Murillo ha potuto celebrare «il miracolo, il segno di Dio» della nascita di una bambina figlia di una ... bambina di 12 anni, un'indigena miskito vittima di uno stupro.

Nella foto: Daniel Ortega

Sfide...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 2 settembre 2010


Ho trovato questa interessante analisi della situazione politica a sinistra in America Latina sul sito del Manifesto. E' chiaro che nell'entusiasmo, anche personale, delle le vittorie in serie dei presidenti progressisti negli anni che vanno dal 1998 (prima di Chàvez in Venezuela) ad oggi, non si può tutto valutare senza "se" e senza "ma". La rivoluzione bolivariana ha avuto molti intoppi negli anni, e non solo per colpa di agenti esterni al suo processo (opposizioni golpiste, USA di Bush), ma anche per alcuni suoi dirigenti non proprio cristallini. Chiramente (e noi ne sappiamo qualcosa!), quando tutto si accentra su di un unico personaggio il carisma e le idee, qualcosa nella base può non funzionare... Come in Bolivia, probabilmente, lo scontro tra Evo Morales e alcuni movimenti indigeni va visto nelle schermaglie (anche propagandistiche) tra chi, avendo incarichi di governo, deve anche cercare di far quadrare i conti di un paese spolpato fino all'osso per decenni, tra dittature militari-fondomonetariste e governi selvaggiamente neoliberali. Anche per Lula,  nella sua presidenza ormai al termine del secondo e ultimo mandato, non è stata una luna di miele eterna... Il suo super-Brasile, che si avvia a diventare, oltre che vera potenza regionale, anche attore internazionale importantissimo, non ha tagliato completamente tutti i ponti con alcuni dogmi neoliberali, lo dimostrano le critiche ricevute dai "Sem Terra" per la mancanza di una vera e propria riforma agraria. Ma alle elezioni del 3 ottobre la candidata di Lula, Dilma Roussef arriva stra-favorita nella corsa contro il pallido socialdemocratico (infatti candidato dalla destra...) Serra, che sarebbe un pò come se in Italia contro Vendola, immaginiamo si presentasse D'Alema per il centro-destra (non è poi così fantapolitica!)... Lo dimostra anche il fatto che, nonostante le critiche di cui parlavo anche prima, l'associazione nazionale dei contadini senza terra, l'SMT, ha dato il deciso appoggio alla Roussef, in quanto “un eventuale governo di José Serra rappresenterebbe il ritorno del neoliberismo mentre un governo di Dilma significherà un ulteriore avanzamento di conquiste sociali”.
Insomma, chiaramente le cose non vanno guardate solo con l'occhio del "Va tutto bene. Punto!", ma oramai la via dei governi integrazionisti è l'unica per completare il rilancio del continente desaparecido, per non tornare ad un passato di miseria nera e morte ben peggiore!

da www.ilmanifesto.it

Immanuel Wallerstein

Contraddizioni di sinistra in America Latina

L'America latina è stata il fiore all'occhiello della sinistra mondiale nella prima decade del XXI secolo. E questo è vero in due sensi. Il primo e più largamente evidente è che i partiti di sinistra o di centro-sinistra hanno vinto una notevole serie di elezioni durante quei dieci anni. E collettivamente i governi dell'America latina hanno per la prima volta preso una distanza significativa dagli Stati uniti. L'America latina è diventata una forza geopolitica relativamente autonoma sulla scena mondiale.
Ma l'America latina ha rappresentato il fiore all'occhiello della sinistra mondiale anche in un altro senso. I movimenti delle popolazioni indigene si sono affermati politicamente dappertutto in quei paesi rivendicando il diritto di organizzare la loro vita politica e sociale in modo autonomo.
Per la prima volta si sono imposti all'attenzione del mondo nel 1994 con la drammatica rivolta del movimento neo-zapatista nello stato messicano del Chiapas. Inoltre, anche se in modo meno evidente, si è assistito all'emergere di analoghi movimenti in tutta l'America latina nonché alla creazione di una significativa rete inter-americana delle loro strutture organizzative locali.
Il problema è che i due tipi di sinistra - i partiti che hanno raggiunto il potere nei vari stati e i movimenti delle nazioni indigene - hanno obiettivi diversi ed evidentemente usano diversi linguaggi ideologici.

Partiti e movimenti
I partiti hanno fatto dello sviluppo economico il loro obiettivo principale, cercando di raggiungerlo almeno in parte con un maggiore controllo sulle risorse interne e con migliori accordi con le compagnie, i governi e le istituzioni intergovernative estere. Mirano alla crescita economica, nella convinzione che solo così migliorerà lo standard di vita dei loro cittadini e si potrà raggiungere una maggiore uguaglianza nel mondo.
I movimenti delle nazioni indigene hanno cercato di raggiungere un maggiore controllo sulle risorse e accordi più favorevoli non solo con agenzie non nazionali ma anche con i governi nazionali. In generale sostengono che il loro obiettivo non è la crescita economica ma riconciliarsi con Pachamama, ovvero con la Madre Terra. Sono contrari a un maggiore sfruttamento delle risorse del Pianeta e ne propugnano l'uso più saggio che rispetti l'equilibrio ecologico. Perseguono il buen vivir - il vivere bene.
Non sorprende che i movimenti delle nazioni indigene si siano scontrati con i pochi governi conservatori dell'America latina - come il Messico, la Colombia e il Perù. Sempre di più, e anche sempre più apertamente, tali movimenti si sono trovati in conflitto con i paesi governati dal centro-sinistra come il Brasile, il Venezuela, l'Ecuador, e perfino la Bolivia.

Perfino la Bolivia
Dico perfino la Bolivia perché si tratta dell'unico governo che ha eletto un presidente che proviene egli stesso da una nazione indigena col supporto massiccio della popolazione delle nazioni indigene del paese. E tuttavia c'è stato lo scontro, lì e altrove, in merito a chi debba prendere le decisioni, se e come vadano usate le risorse naturali, chi debba controllare i profitti.
I partiti di sinistra tendono ad accusare i gruppi delle nazioni indigene con cui si scontrano di essere, più o meno consapevolmente, le pedine (se non addirittura gli agenti) dei partiti di destra nazionali e di forze esterne, in particolare degli Usa. I movimenti delle nazioni indigene che combattono i partiti di sinistra insistono a dire che agiscono solo nel loro interesse e per iniziativa del tutto autonoma e accusano i governi di sinistra di comportarsi come quelli conservatori di un tempo senza nessun vero riguardo per le conseguenze ecologiche delle loro attività di promozione dello sviluppo.
Di recente in Ecuador si è verificato un fenomeno interessante. Il governo di sinistra di Rafael Correa, inizialmente andato al potere col sostegno dei movimenti delle nazioni indigene, in seguito è entrato in violento conflitto con gli stessi. La divisione più forte si è verificata in merito all'intenzione del governo di sviluppare le risorse petrolifere della riserva amazzonica protetta di Yasuni.
In principio il governo aveva ignorato le proteste degli abitanti indigeni della regione, ma il presidente Correa ha deciso di sostenere un'alternativa geniale. Ha proposto ai governi ricchi del nord del mondo di compensare l'Ecuador, se avesse rinunciato a sviluppare Yasuni, in considerazione del contributo che quella scelta avrebbe dato alla lotta mondiale contro il cambiamento climatico.

La svolta Yasuni
Quando fu avanzata per la prima volta al summit sul clima di Copenhagen nel 2009, quella proposta fu trattata come una fantasia. Ma dopo sei lunghi mesi di negoziati, cinque governi europei (Germania, Spagna, Belgio, Francia, e Svezia) si erano accordati per creare un fondo, affidato all'amministrazione del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, per compensare la rinuncia dell'Ecuador a sviluppare Yasuni in considerazione del contributo che quella rinuncia avrebbe dato alla riduzione di emissioni di carbonio. Si parla di coniare un verbo nuovo, «yasunizzare», per descrivere quel tipo di accordi.
Ma quanti accordi del genere è possibile fare? La questione in gioco di fatto è più fondamentale. Ed è quella di «un altro mondo possibile» per usare lo slogan del World Social Forum. Si tratta del modello basato sulla crescita economica costante, anche se questo è «socialista» e farebbe crescere il reddito reale delle popolazioni del Sud del Mondo? O si tratta di quello che alcuni chiamano un cambiamento di valori della civiltà, del mondo del buen vivir?
Non sarà un dibattito facile da risolvere. Al momento impegna le forze di sinistra latinoamericane, ma situazioni analoghe sottendono tante tensioni interne in Asia, Africa, e perfino in Europa. Insomma questo potrebbe diventare il grande dibattito del XXI secolo.

copyright Immanuel Wallerstein/distribuito da Agence Global
traduzione Maria Baiocchi


 

la Cagata del Giorno
post pubblicato in La Cagata del giorno, il 16 aprile 2010


Oggi è un premio un pò particolare, perchè va ad un articolo non nel suo totale o per quello che c'è scritto, ma per CHI l'ha scritto! E' apparso sull'Espresso di oggi e recita:

FEBBRE ITALIA
 
di Uri Dadush e Moises Naim

Il compiacimento del governo sull'andamento dell'economia italiana è sbagliato. Lo dimostrano i dati su debito pubblico, il costo del lavoro e la competitività delle imprese. Che fare? Ecco la ricetta di due noti economisti

Non a caso ho evidenziato e sottolineato il nome e quello che si prefigge l'articolo... di Moises Naim vi ho già accennato ieri nell'articolo sul sociolo portoghese Boaventura de Sousa Santos, dicendo che gode un'immeritata fama in Italia come "Grande opinionista economico" di, appunto, L'Espresso, Sole24Ore, TG1 Economia (quando c'era quel pesce lesso di Riotta, unico merito di Minzolini, non avergli rinnovato il contratto) ecc. Il fatto è che viene ritenuto pure di "sinistra", di quella sinistra chic, di quella cosiddetta "Riformista" (?), e completamente riconvertita al Neoliberismo...

Bene, leggete queste poche righe tratte dal Blog dell'amica Annalisa Melandri:

...."Secondo il venezuelano Naim, che ricordiamo (visto che a lui non piace farlo)  fu ministro dell’industria di Carlos Andrés Perez al tempo del Caracazo (il massacro, avvenuto a Caracas il 27 febbraio 1989,  di circa duemila?, seimila? centomila?  dimostranti   che protestavano per la dilagante  miseria in cui versava il paese a seguito delle  privatizzazioni selvagge del governo)"...

Non male, eh, come curriculum da "Venerato Maestro"?

Adesso, credo che sappiate quando male voglia a Berlusconi, il suo governo e alla sua disastrosa politica economica, che sta portando il paese sull'orlo del precipizio... ma che la cosiddetta stampa "de sinistra" italiana si affidi a certi santoni (che tra l'altro, non si sa il perchè, si vergognano pure di dire la propria nazionalità, visto che nessuno sa che Naim è venezuelano...), beh, mi sembra quantomeno fuori luogo!

E' per questo che, nonostante ci scrivano giornalisti importanti e liberi come il compianto Edmondo Berselli, Giorgio Bocca, Marco Travaglio, non riesco ad essere esaltato dall'Espresso e gruppo, perchè, almeno a livello di politica estera, danno adito a falsi miti di sinistra, in particolare latinoamericana, guidati solo da un cieco anti-Chavismo, anti-Castrismo senza motivazioni serie, alimentato da personaggi, come Naim, che hanno spacciato per politiche riformiste, le solite ricette fallimentari fatte di privatizzazioni selvagge etc, coltivando come tante dittature militari e  sanguinarie il cosiddetto "Giardino di Casa" degli Stati Uniti, completamente asserviti al  "Consenso di Washington", che non ha mai badato molto ai veri interessi dei popoli latinoamericani!

Quindi al gruppo "L'Espresso" e a Naim regalo una copia de "I Pirati dei Caraibi" che non è il film, bensì un libro molto bello e interessante di Tariq Ali, che parla da una luce diversa dei movimenti integrazionisti dell'America Latina, senza la solita disinformazione che pervade i giornali occidentali! E consiglio anche a voi di leggerlo! 

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