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"STATE PER ENTRARE IN TERRITORIO ZAPATISTA RIBELLE, QUI IL POPOLO COMANDA E IL GOVERNO OBBEDISCE!"
Il Gioiellino
post pubblicato in Cinema, il 6 maggio 2011




Proprio nel giorno in cui Calisto Tanzi torna nel posto che gli compete (la galera), mi recavo al cinema per vedere il film che ne racconta la parabola discendente, "Il Gioiellino" di Andrea Molaioli. Di Molaioli avevo molto apprezzato il debutto "La ragazza del lago", giallo un pò televisivo ma ben fatto e ben interpretato, ora questa sua seconda opera mi risulta un pò meno convincente, ma comunque godibile e notevole dal punto di vista tecnico... Perchè raccontando una storia vera romanzandola, con un finale noto a tutti, il film ha il suo punto di forza nella fotografia oscura e notturna (il sempre ottimo Luca Bigazzi), nella regia che dal punto di vista tecnico è indiscutibile, e nelle ottime musiche di Theo Teardo, sempre bellissime nel suo classico stile rock elettronico... Dove sta allora il punto debole del film? A mio parere nella sceneggiatura, che, quando racconta il crack vero e proprio, il crollare del castello di carta su cui si reggeva la Leda-Parmalat di Rastelli-Tanzi, riesce a creare pathos nonostante, come dicevo, la fine nota, ma che ha delle brutte cadute di tono quando entra più a fondo nei rapporti umani e intimi dei protagonisti (comunque tutti notevoli), come nel flirt tra Servillo e la Ferbelbaum, troppo sopra le righe e forzato, o nel rapporto del giovane menager tormentato (che si toglierà la vita) con la moglie, che, più che far riflettere, annoiano molto... Questo nonostante i personaggi siano tutti ben delineati e interpretati: Amanzio Rastelli (Remo Girone), il patron, l'imprenditore partito dal salumificio del nonno, il cattolicissimo (e democristianissimo) uomo di provincia che, nonostante la saggezza contadina, si ritrova a dover gestire in pochi anni una multinazionale troppo grande per la sua competenza, diventa inquietante come dietro l'apparente bonomia, sia invece glaciale e spietato quando si tratta prima di cercare in tutti i modi di salvare la barca, poi quando questa affonda, ad abbandonare tutti, figlio compreso, nelle macerie del suo "Gioiellino"; Ernesto Botta (Toni Serivllo) è invece il classico uomo-azienda, tutto lavoro e... lavoro, senza alcuna concessione al privato, nemmeno quando si tratta di scopare! Arrogante, cattivo, rigido mentalmente e fisicamente, è il ragioniere che si inventa top manager (con l'inglese imparato con le dispense e le audiocassette), ma che, stringi stringi, ha la sfiga di tutti i personaggi (veri) come lui: quello di pensare di essere "Il Capo" dell'azienda, nonostante sia solo un dipendente, alla mercè del suo padrone... memorabile quando alla sua scrivania sbianchetta, aggiunge zeri a documenti bancari falsi, con il solo aiuto di uno scanner! Laura Aliprandi (Sarah Felberbaum) è invece la nipote di Rastelli, laureata e con vari master, dapprima osteggiata da Botta (che nei suoi scatti d'ira e arroganza fa veramente paura, dato che urla e lancia supellettili!), a cui viene affiancata, ma poi dimostrerà anche lei di essere uno squalo del mare Leda, in particolare quando entrerà in campo la fallimentare "diversificazione", ovvero l'acquisto (imposto dalle banche) di un indebitato colosso dei viaggi e villaggi turistici, in cui Laura viene nominata presidente (come la figlia di Tanzi in Parmatour), e dove metterà in campo tutta la sua elegante criminalità, rubando soldi al gruppo per salvarsi le chiappe! Oltre a questi tre ottimi protagonisti, meritano menzione anche gli altri attori che interpretano i personaggi che ruotano intorno alla galassia Leda: menager, banchieri e politici... E poi c'è tutta la storia vera che fa paura, fa incazzare... Ovvero capire, se c'era ancora bisogno di scoprirlo, che il capitalismo italiano si regge solamente su una montagna di debiti, praticamente tutti con le pezze al culo, ed è inquietante la connivenza verso imprenditori truffaldini di politica, giornalisti, finanzieri, basata su squallidi mezzucci come la bustarella e il regalino! Com'è scandaloso l'atteggiamento delle banche, al limite del gangsterismo, con la conclusione che gli unici che se la prendono sempre nel culo sono i piccoli risparmiatori, uniche pecore in mezzo ad un branco di lupi famelici! Persino un poveretto come me, con la sua modesta carriera lavorativa, prima nell'amministrazione di azienda ed ora come bancario, capisce che la regola su cui si basa una buona amministrazione è una sola: una buona patrimonialità (beni e immobili propri) e una liquidità sufficiente a coprire almeno i costi primari! Come è sempre valido il vecchio adagio che, in particolare da noi, quando una grande azienda si quota in borsa è perchè vuole dividere le perdite con tutti, in quanto gli utili, di solito, se li tiene stretti! Questa è un'altra dimostrazione lampante della merda che pervade,  a tutte le latitudini, questo disgraziato paese!

In conclusione, un film imperfetto ma godibile, da vedere anche in funzione educativa!

VOTO: 7


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permalink | inviato da Mauro1977 il 6/5/2011 alle 17:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
E adesso che ci racconti, furbacchione?
post pubblicato in Informa & Disinforma, il 25 marzo 2011


da www.dagospia.com

(ANSA) - La Fiat avrebbe intenzione di spostare il quartiere generale del gruppo negli Usa dopo la fusione con Chrysler. A rilanciare l'ipotesi è un lungo Report Reuters, nel quale si ricostruiscono anche i temi al centro del dibattito negli ultimi mesi di cui si è parlato a lungo e sui quali la Fiat aveva già risposto: tra questi anche l'ipotesi che Sergio Marchionne starebbe pensando alla quotazione in Borsa della Ferrari. L'ipotesi di un trasferimento della sede era circolata nelle scorse settimane, ma sia Marchionne, sia il presidente della Fiat, John Elkann, avevano smentito le voci e rinviato ogni decisione in merito al 2014.

Nel report della Reuters, che è lungo una decina di pagine con numerose fotografie dei vertici Fiat, si parla di 'rock star appeal' di Marchionne al Salone di Ginevra e si paragona il manager del Lingotto all'Elvis Presley del settore auto. E' un'ampia analisi di tutti i principali fatti dei primi mesi del 2011. Secondo la Reuters, Marchionne pensa di mantenere a Torino il centro da cui gestire le operazioni europee e di creare uno hub in Asia, mentre sulla sede legale del quartiere generale la scelta - secondo fonti citate dalla Reuters - cadrebbe sul Paese dove il regime di tassazione è più conveniente e quindi sugli Stati Uniti.

Nel report si parla anche della possibilità di quotazione della Ferrari: Marchionne valuterebbe la casa di Maranello circa 5 miliardi di euro. Per quanto riguarda i rapporti con Chrysler, la Reuters ricorda che Marchionne ha definito 'Christmas wishes' i sui obiettivi di aumentare la quota Fiat in Chrysler al 51 per cento entro quest'anno e di portare la società Usa in Borsa. Prima la casa di Detroit dovrà ripagare i suoi prestiti ai governi degli Stati Uniti e del Canada.

Un pacchetto di rifinanziamento è attualmente all'esame del consiglio di amministrazione di Chrysler, mentre la società è ancora in trattativa con il Dipartimento dell'Energia degli Usa per ottenere tassi più favorevoli. Finché non avra la maggioranza di Chrysler Marchionne non investirà nella società Usa soldi Fiat. Reuters ricorda che l'obiettivo delle due società è di vendere 6,6 milioni di veicoli nel 2014 dopo l'integrazione.

L'ad del Lingotto viene definito un uomo solo nel gruppo dove può contare esclusivamente sull'appoggio di Elkann e, per quanto riguarda la sua successione, si ricorda che nella conference call di gennaio il manager Fiat ha detto: "Ho intenzione di restare qui finché non avremo fatto tutto".

Come direbbe Vasco Rossi "Voglio proprio vedere.... voglio proprio vedere, come va a finire!"... Voglio proprio vedere che altre cazzate ci racconterà il Marpionne per darla a bere che non se ne va dall'Italia, voglio proprio vedere cosa diranno i sindacalisti complici come Bonanni & Angeletti, voglio proprio vedere cosa diranno quei quattro cazzoni del PD (in ordine sparso: Fassino, Renzi,D'Alema...) così innamorati del menager italo-canadese, voglio proprio vedere cosa diranno tutti quelli che hanno criminalizzato ed emarginato la FIOM perchè contraria all'accordo di Mirafiori, il fantomatico piano a suon  di miliardi di euro che doveva rilanciare Fiat in Italia, piano di cui non si sa ancora un cazzo di niente, e di cui nessuno sente più parlare, grazie anche alla ultra-servile stampa italiana... Poi, voglio proprio vedere cosa dirà il Ministro Sacconi (di merda), sempre così solerte ad insultare tutti (quando gli conviene), voglio proprio vedere cosa dirà insieme al suo governo di MERDA! L'unico che non mi interessa di cosa dirà è Berlusconi: tanto a lui non frega un cazzo di niente, basta non disturbino i suoi interessi, possono anche bombardarci! 



Nella foto: un gran furbone bastardo, che può avere successo solo in un paese di merda...

Un crack molto fashion!
post pubblicato in Informa & Disinforma, il 29 luglio 2010


Dunque i Burani alla fine sono finiti al gabbio, tranne la povera Mariella, che, probabilmente, l'unico compito che aveva nell'azienda con il suo nome era quello di disegnare abiti costosissimi... Walter e il figlio Giovanni sono stati arrestati a Milano, Giovanni sbattuto proprio in gattabuia... Sono accusati di un classico del Capitalismo all'italiana: aver fatto il passo più lungo della gamba! Diversificando anche troppo le loro attività (BioEra, Green Vision), buttandosi in operazioni finanziarie piuttosto azzardate, ed infine quotandosi in Borsa, che da noi vuol dire più o meno: "Gli utili c'è li teniamo noi, le perdite c'è le dividiamo con tutti!". Solo che, come per Parmalat, a prendersela nel culo sono stati i piccoli risparmiatori turlupinati con investimenti disgraziati, e i dipendenti, quasi tutti in Cassa Integrazione e con nubi nere che si addensano al loro orizzonte! Il fatto è che i Burani's se la saranno pure tirata come grandi imprenditori e finanzieri, come quelli che adesso, dopo averci fracassato le palle per anni con il "Made in Italy", dicono che la cura è "delocalizzare" all'estero, per risparmiare sul costo del personale! Ho lavorato sei anni vicino allo stabilimento "Mariella Burani Fashion Group" a Cavriago (RE), ricordo quando ci passavo vicino e vedevo uscire dagli uffici pezzi di gnocca incredibili oppure lo sfavillante emporio (se si poteva chiamare così!) interno... bene, ora sappiamo che non era vero niente, tra bilanci taroccati e società che erano solo scatole vuote... ma che bello il nostro Capitalismo! Aiuto!!!!!!!!!!!!!

www.repubblica.it

AZIENDE

Arrestati per il crac Walter e Giovanni Burani
Coinvolti nell'inchiesta altri quattro manager

L'accusa è di aver dissipato il patrimonio della società attraverso spericolate operazioni finanziarie tra le quali anche il sostenimento artificioso del titolo in Borsa. Il gip: "Travolti da smania per la finanza"

di WALTER GALBIATI

MILANO - In mattinata a Milano sono stati arrestati Walter e Giovanni Burani nell'ambito del crac della casa di moda fondata dall'omonima famiglia. Al padre Walter sono stati concessi gli arresti domiciliari mentre il figlio Giovanni è stato condotto a San Vittore. L'accusa è di aver dissipato il patrimonio della società attraverso spericolate operazioni finanziarie tra le quali anche il sostenimento artificioso del titolo in Borsa.

Nel mirino dei magistrati della procura di Milano Luigi Orsi e Mauro Clerici c'è anche l'offerta pubblica di acquisto lanciata da Bdh (Burani and Design Holding) sul 15% del capitale di Mbfg (Mariella Burani Fashion Group) a metà 2008 attraverso una subholding. Bdh era stata  la prima società del gruppo a fallire e a essere accusata di esterovestizione. 

Coinvolti anche quattro manager
. Nell'inchiesta sono indagati anche Ettore Burani, Giuseppe Gullo, Kevin Mark Compere Tempestini e Stefano Maria Setti. ''Giovanni e Walter Burani, con la complicità degli altri indagati, manager e soggetti terzi, hanno perseguito con continuità il disegno criminale di trarre in inganno risparmiatori e creditori, nonché le autorità di controllo dei mercati, costruendo mediante operazioni fittizie la falsa apparenza di una solida realtà economica, allo scopo di drenare risorse sul mercato borsistico e dal ceto creditorio, che venivano poi, anziché impiegate in una effettiva politica di sviluppo industriale del gruppo,
dilapidate per sostenere l'apparenza ingannevole di titoli floridi, in una spirale perversa che necessariamente doveva condurre al default delle imprese''. Questo è il quadro dipinto dal gip Fabrizio D'Arcangelo nell'ordinanza con cui ha disposto gli arresti. Tali falsità erano tali da alterare ''in modo sensibile la rappresentazione  della situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società e comunque determinanti variazioni del risultato  economico superiore al 5% e variazioni  del patrimonio netto superiori all'1%. Valutazioni estimative che, singolarmente considerate differiscono in misura superiore al 10% da quella corretta''.

Falsificati libri sociali e scritture contabili. Quanto all'accusa di falso in bilancio, secondo i magistrati, Walter e Giovanni Burani ''con lo scopo di procurarsi ingiusto profitto e di recare pregiudizio ai creditori, falsificavano i libri sociali e le scritture contabili" in modo da "non consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari''.

Spregiudicatezza assoluta. Nell'ordinanza il gip Fabrizio D'Arcangelo sottolinea ''la spregiudicatezza assoluta e la capacità criminale dei Burani ed in particolare di Giovanni, che, pur consapevoli dell'esistenza di indagini della guardia di finanza, di un procedimento penale a loro carico e di una procedura amministrativa della Consob, non esitano di cercare di far nuovamente ricorso ad operazioni fittizie''. Questo atteggiamento emerge, in particolare, dalle intercettazioni telefoniche. ''Emerge anche - spiega il gip - una rete di relazioni intrattenute dai Burani con soggetti italiani e stranieri ai margini del mondo economico regolare, che quantomeno appaiono privi di credibilità rispetto ai mercati regolamentati e all'ambiente finanziario 'ufficiale', e che vengono utilizzati per operazioni dai contorni ambigui ed oscuri''.

Testimone: "Opa solo per dare respiro a titolo".  Ci sarebbe solo l' "esigenza tutta mediatica di fronteggiare gli effetti negativi della mancata approvazione del bilancio del 2007" dietro all'Opa lanciata su Mariella Burani fashion group. "Forse Giovanni Burani con questa iniziativa voleva dare ossigeno ad un titolo che dopo l'infortunio di bilancio poteva crollare". Questa la teoria sostenuta davanti ai pm di Milano da Maria Rita Galli, dirigente di Burani designer holding, sentita in procura come persona informata sui fatti. "Sono convinta che Giovanni Burani ha promosso l'Opa per evitare che il titolo Mbfg avesse un tracollo. Le azioni Mbfg all'epoca presentavano un andamento decrescente. Giovanni era intervenuto e continuava a intervenire a sostegno con molte iniziative, gli acquisti massicci di Bdh e i derivati stipulati con Lehman, Natixis ed Euromobiliare. Per Giovanni l'andamento del titolo era un pilastro della sua visione dell'impresa", ha concluso la testimone.



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permalink | inviato da Mauro1977 il 29/7/2010 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Capitalismo o morte!
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 22 luglio 2010


Bel paese il Botswana, davvero... Probabilmente una delle più belle cartoline che si possa ricevere da amici in Africa...già... peccato che sarà costata la morte di sete da parte dei Boscimani, l'antichissimo popolo che per primo e da sempre ha vissuto in quelle terre... Già la terra, la madre terra come molti popoli indigeni del Sudamerica chiamano... Quella terra che per toglierla ai Boscimani, l'Alta Corte del Botswana ha deciso di chiudergli praticamente il rubinetto, niente acqua, provateci a vivere senza acqua selvaggi anti-modernità! Questa storia che ho trovato sul Corriere.it è lampante sulla bruttezza, che non ha mai fine, di questo mondo... Si, perchè i Boscimani devono sloggiare da casa loro perchè lì sorgeranno Resort di lusso per il buon uomo bianco, dove può trovare tutte le comodità per il suo viaggio da cartolina! Perchè siamo curiosi, noi occidentali, vogliamo andare in vacanza in Africa, ma gli africani non li vogliamo vedere, sono poveri, infastidiscono, insomma, che schifo! Perciò, ci chiudiamo in villaggi blindati, tra di noi, quindi vivo, per esempio, a Milano tutto l'anno, e vado in vacanza con tutti milanesi, mangio italiano, e alla sera mi ritrovo a sparare cazzate con i miei simili al bar del resort all inclusive! Così poi torno a Milano e dico: "Cazzo, io si che l'ho girato il mondo!" E i Boscimani li hai visti? Chi? I Bosciami? E chi cazzo sono? Secondo te vado in vacanza per vedermi 4 negri! Al massimo fossero state puttane, altrimenti, vade retro! E quindi per il nostro schifosissimo divertimento, i Boscimani muoiano di sete! CAPITALISMO, IO TI AMO!

da www.corriere.it

Sconcerto nel paese per la decisione dell'Alta Corte sull'uso dell'acqua

Botswana: chiuso pozzo ai Boscimani,
si inaugura piscina nel resort di lusso

Il popolo indigeno non ha accesso ad alcuna fonte idrica. Il governo punta solo a turismo e miniere di diamanti

NAIROBI - L'Alta Corte del Botswana ha negato ai Boscimani il diritto all'acqua. Una fine giuridica. I giudici hanno vietato loro il diritto di accedere al pozzo esistente nelle loro terre. E, se questo non bastasse, non potranno nemmeno costruirne uno nuovo all'interno della Central Kalahari Game Reserve (CKGR), una delle regioni più aride del mondo: la loro terra da sempre. Insomma vengono "presi per sete", come molti temevano che accadesse, visto che nella zona insistono enormi interessi di estrazioni minerarie (diamanti prima di tutto) e turistici, entrambi in contrasto con la presenza della popolazione indigna. La decisione era attesa da tempo e c'erano stati anche interventi dell'Onu perché si garantissero i diritti di un popolo che non vuole lasciare la sua terra. Il caso era stato discusso il 9 giugno alla presenza di molti boscimani che avevano affrontato un lungo viaggio per raggiungere il tribunale. Poi un nuovo rinvio.

 

SFRATTI ILLEGALI - «La sentenza - fa sapere Survival International, un'associazione che tutela le tradizioni dei popoli indigeni - infligge un'enorme ferita ai boscimani che lottano per sopravvivere senz'acqua già dal 2002, quando il Governo sigillò il pozzo per indurli ad abbandonare le terre ancestrali. Ma nel 2006 l'Alta Corte definì illegali e incostituzionali gli sfratti forzati operati dal Governo e, da allora, a centinaia sono ritornati nella riserva». Nel 2005 una donna indigena, Xoroxloo Duxee, è morta per disidratazione. Nonostante la sentenza, il governo proibì ai boscimani di riaprire il pozzo condannandoli ad affrontare quelle che l'Alto Commissario per i diritti indigeni dell'Onu James Anaya ha definito «condizioni di vita pericolose a causa dell'impossibilità di accedere all'acqua».

NEL RESORT DI LUSSO APRE LA PISCINA - Survival International ha poi anche rilevato che «allo stesso tempo è stata autorizzata l'apertura di un complesso turistico di lusso della "Wilderness Safaris" dotato di bar e piscina per i turisti, e lo scavo di nuovi pozzi per abbeverare gli animali selvatici con i soldi della Fondazione Tiffany & Co. Inoltre la Gem Diamonds ha ottenuto il nulla osta ambientale per aprire una miniera di diamanti nella riserva ma solo a condizione che non sia fornita acqua ai boscimani».

COME SI PUO' VIVERE SENZ'ACQUA? - Jumanda Gakelebone, portavoce dei Boscimani, non nasconde la sua disperazione: «Terribile. Come possiamo sperare di sopravvivere senz’acqua? Il tribunale ci ha autorizzato a vivere nelle nostre terre ma come si fa a farlo senz’acqua?». «Negli ultimi anni, il Botswana è diventato uno dei luoghi più ostili del mondo per i popoli indigeni» ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival. Se ai Boscimani viene negata l’acqua nelle loro terre mentre viene fornita liberamente ai turisti, agli animali e alle miniere di diamanti, beh, allora gli stranieri dovrebbero chiedersi seriamente se possono accettare di sostenere questo regime visitando il paese e acquistando nei suoi negozi di gioielli».

 

Boscimani, che cazzo volete? Addirittura vivere? Ma andate affanculo, che io devo andare al buffet del villaggio, oggi ci stanno gli spaghetti alla carbonara!

Ma se alla fine aveva ragione?!?
post pubblicato in Politica , il 4 giugno 2010



L'ammetto: sono un marxista, in particolare in economia... Ho sempre pensato, fin dai tempi delle scuole superiori, che il liberismo selvaggio, che negli anni 90 prendeva sempre più piede, con privatizzazioni a go go, mercato ultralibero senza freni e regole, prima o poi doveva esplodere. Certo, capivo anche che un modello collettivista puro come quello dei vecchi regimi dell'est Europa, non poteva più reggere e non era nemmeno pensabile esportarlo o riproporlo così com'era... Credevo, e credo ancora, con una via di mezzo, tra il capitalismo sfrenato e il collettivismo duro e puro, si potesse trovare, anche se in quegli anni l'Italia era spazzata dal vento fetido di Tangentopoli, dove una vecchia classe politica corrotta e ormai chiusa nel suo potere secolare, aveva fatto delle grandi imprese di stato solo un cumulo di debiti e un osso da spolpare, le tristemente famose "Partecipazioni Statali". Però, scusate, faccio un esempio: è meglio la Telecom (ex Sip) privatizzata o era meglio la statale? Ieri sera vedevo ad "Annozero" cose inquietanti su di un azienda che era nostra, e la rete telefonica dovrebbe essere ancora nostra, in teoria... Sentivo Grillo parlare di menager stra-pagati milioni di euro per stare pochissimo tempo e fare grandissimi danni, di 100.000 e passa dipendenti che in dieci anni sono passati a poco più di 50.000, di un patrimonio grandissimo svenduto, tanto che non rimane praticamente nulla, come della flotta automobilistica aziendale che era la più grossa d'Europa, di servizi esternalizzati in Tunisia per risparmiare (salvo poi non pagare comunque i dipendenti, con società offshore), così tu chiami un numero Telecom, pensi che ti rispondano da Roma o Milano e invece ti rispondono da Tunisi! Questo è il Neo-Liberismo? Questo è il capitalismo più sfrenato che, a differenza del comunismo, doveva portare benessere a tutti? Mah... non so... Io spero ancora (ma è la solita utopia) che la via al "Socialismo del XXI secolo" di cui alcuni economisti e politici parlano, che vede una democrazia che nasce dal basso, prima poi venga imboccata, ma ho dei grossi, grossissimi dubbi! Intanto leggiamoci quest'articolo, una rivalutazione postuma di alcune teorie marxiste che sono ancora attualissime... buona lettura!  

da "Il Fatto Quotidiano" del 02/06/2010

E nel Terzo Millenio Marx resciuscitò

Lo spettro continua ad aggirarsi per l’Europa?

di Angelo d’Orsi

È davvero bizzarra la vicenda del comunismo, oscillante fra timore e ripulsa, fra forzato oblio e ricorrente presenza, reale o immaginaria. Fin dalla sua nascita, si sa, la bandiera rossa, presto ornata dei simboli del lavoro operaio e contadino – insomma, la falce e il martello – ha suscitato terrore, o addirittura raccapriccio. “Uno spettro si aggira per l’Europa”, esordiva il Manifesto di Marx ed Engels, che appariva – guarda le combinazioni! – nel fatidico 1848, mentre la rivoluzione incendiava il continente. Eppure, mentre da allora in poi le classi dominanti e i loro ideologi mettevano in guardia contro il pericolo rosso, e periodicamente si spingevano ad eccitare l’opinione pubblica moderata, agitando quel terrificante spettro, ed enumerando le catastrofi che i comunisti avrebbero provocato ove fossero giunti al potere; dal canto loro, altri ideologi, si premuravano di decretare il carattere, di volta in volta, germanico, ebraico, massonico, o addirittura “asiatico” del comunismo, e dunque a sentenziare la sua impossibilità di penetrare nei contesti euromediterranei.

Ancor più degne di nota le innumerevoli sentenze di morte, o di archiviazione: mandato in soffitta, come ebbe a dire Giovanni Giolitti nel 1911, e si riferiva al fratello maggiore, il socialismo. Ci pensò poi Benedetto Croce a stilare altre irrevocabili sentenze di morte, salvo polemizzare a ogni piè sospinto, anche nel dopo-fascismo, con i comunisti, ai quali tentò persino di contrapporre Gramsci (ma con argomenti del tutto incongrui), anticipando un gioco ideologico che ha avuto fortuna anche in tempi recenti.

Un secolo è passato da quelle condanne a morte, e in esso la falce e martello ha visto il trionfo e l’abominio. Eppure, malgrado il crollo del Muro, non solo esistono partiti, movimenti e Stati che si proclamano comunisti, ma, stando ad autorevoli, recenti sondaggi, non pochi cittadini dell’Est europeo, delusi della conquistata “libertà”, rimpiangono il vituperato “socialismo reale”; addirittura un berlinese su tre vorrebbe rimettere al loro posto, uno sull’altro, i mattoni del Muro. V’è dunque da chiedersi se non sia stata frettolosa, ancora una volta, la certificazione di morte del comunismo; anche se, com’è noto, v’è qualcuno ossessionato dal comunismo, chi vede (o finge di vedere) dappertutto “comunisti”: giudici, giornalisti, studenti, sindacalisti, e persino i Padri Costituenti, autori di una pericolosissima Costituzione “sovietica”. Comunisti, dunque? Con buona pace di Berlusconi, e della sua malattia senile, i comunisti sono probabilmente estinti, o in via di estinzione. Ma il comunismo non può estinguersi, in quanto esso è l’ombra che accompagna il capitalismo: simul stabunt, simul cadent. Su questa lunghezza d’onda, un valoroso storico, Luigi Cortesi, che del comunismo è stato anche militante tenace e orgoglioso, ha realizzato negli ultimi anni, mentre combatteva un male che lo avrebbe vinto, qualche mese fa, un’opera-monstre di oltre 800 pagine (Storia del comunismo, Manifestolibri). Una rivendicazione, problematica e appassionata, dei meriti di un fenomeno sociale universale “che non può essere rinchiuso… nelle mura del Cremlino”; e la sua storia “non può lasciare indifferente nessuno, perché nessuno è rimasto al di fuori di essa”. A Cortesi non sarebbe spiaciuta un’altra opera, di mole pari alla sua, uscita ora, e dedicata proprio al comunismo eretico , quello, appunto, rimasto fuori dalle mura del Cremlino: un comunismo sconfitto da quello egemonico, staliniano, o parastaliniano, ma, proprio perciò, oggi in grado di parlarci con parole più credibili (L’altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, I. L’età del comunismo sovietico, a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book). E chi ne abbia desiderio potrà scovare qui tanti nomi di sconfitti, talora semidimenticati, da Camillo Berneri a Victor Serge, da Rosa Luxemburg a Lev Trotsky, fino naturalmente ad Antonio Gramsci, che giganteggia, rappresentando, pur in una concezione del tutto realistica, “l’altro comunismo”. Del resto, al di là dell’interna, complessa geografia del pianeta socialista e comunista, messo in subbuglio nel volgere del “secolo breve”, non possiamo non ricordare l’interrogativo ammonitore di Bobbio, dopo Tien an Men, nel giugno 1989: “O illusi, credete proprio che la fine del comunismo storico, abbia posto fine al bisogno e alla sete di giustizia?”. Pochi mesi più tardi, il crollo del Muro sembrò seppellire non solo i sistemi comunisti, ma la stessa idea del comunismo; in quel crollo furono gettati nella polvere non soltanto le icone dei leader, ma anche le opere teoriche dei pensatori. Si smise di pubblicare, di leggere, di diffondere i testi del marxismo.

Eppure, da quell’ecatombe si salvò proprio il fondatore del “socialismo scientifico”: Marx, anzi, ne emerse con un nuovo vigore: nelle gioie della globalizzazione l’autore del Capitale (di cui non va dimenticato il sottotitolo: Critica dell’economia politica) appariva come un profeta biblico, indicando la catastrofe inevitabile del mondo capitalistico, con governi destinati ad essere null’altro che “comitati d’affari della borghesia”, mentre si sarebbe dilatata via via la forbice tra i più ricchi del Pianeta (sempre meno numerosi) e i più poveri (sempre più numerosi), fino a che un pugno di famiglie sarebbe arrivata a detenere la “quasi totalità della ricchezza sociale mondiale”.

Guardiamoci intorno: la crisi in cui si dibatte il mondo capitalistico (che non può essere letta nei soli termini economico-finanziari, ma appare una vera crisi di civiltà) non dimostra che Marx colse con un anticipo impressionante gli sviluppi storici del capitale? Non è un caso che oggi il pensatore rivoluzionario di Treviri, ignorato dagli economisti accademici, sia diventato in un pubblico ampio di politici e di osservatori, a partire dalla mecca del capitale, gli Stati Uniti, un termometro essenziale per misurare la temperatura socioeconomica del mondo e per scoprire e magari denunciare l’altra faccia della globalizzazione, ossia la diffusione della miseria, in strati di ceti medi, che si aggiungono alla massa crescente dei dannati della terra. Ci sarà una ragione, se oggi tanti, a cominciare dall’ineffabile nostro Tremonti, ammettono che senza Marx non si può capire né governare il processo dell’economia mondiale. Che siano diventati tutti comunisti?


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permalink | inviato da Mauro1977 il 4/6/2010 alle 8:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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