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"STATE PER ENTRARE IN TERRITORIO ZAPATISTA RIBELLE, QUI IL POPOLO COMANDA E IL GOVERNO OBBEDISCE!"
Tutte zitte, le merde?!?!?!?!?
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 12 luglio 2011


Alfonso Podlech è stato assolto da un tribunale italiano... Le note "Toghe Rosse" hanno lasciato a piede libero questo disgustoso personaggio... Chi è Podlech? Beh, Podlech era procuratore militare in Cile nel 1973, e dopo il golpe dell'altra merda suo pari Augusto Pinochet, si occupo di sequestrare, interrogare e infine far torturare fino alla morte tutti i presunti oppositori dell'allora entrante regime militare... Tra questi anche un italiano, Omar Venturelli, per questo Podlech fu arrestato mentre era di passaggio in Italia nel 2008. Ora, anche dopo il caso dell'altro milatare torturatore uruguayano Troccoli, di cui vi avevo già parlato, anche questo caso passerà in silenzio... Non vomiteranno cazzate come fanno contro il Brasile sul caso Battisti i vari Gasparri, La Russa, Frattini, mezzo PD, la ministronza Meloni, Santanchè, Libero, il Giornale, Il Resto del Carlino, il Corriere della Sera, Repubblica, Alfano, il Caimano, Cicchitto, Quagliariello ecc. ecc. ecc. Forse aiutati anche dal fatto che l'attuale governo del Cile è una merda tale e quale al nostro, con il presidente Pinera (in caduta libera nei sondaggi, dopo il breve successo con i minatori) da sempre simpatizzante del vecchio regime militare, e quindi sarà contentissimo di riaccogliere quel figlio di puttana di Podlech... è inutile, siamo un paese con una classe dirigente ipocrita, infame, corrotta, senza memoria e senza dignità... quando decidiamo di levarceli dalle palle definitivamente??!?!?!?

da www.ilmanifesto.it

ARTICOLO di Geraldina Colotti
DIRITTI UMANI Formula piena per l'ex-procuratore militare cileno che «interrogava» i prigionieri
Assolto il torturatore Podlech
Era accusato fra l'altro del sequestro e omicidio dell'italiano Omar Venturelli sparito nel '73

Assolto per non aver commesso il fatto. Non esercitabile l'azione penale per il reato di strage. Prescritta l'imputazione di sequestro di persona. Dopo cinque ore di camera di consiglio, la Corte d'assise di Roma, presieduta da Anna Argento, ha disposto ieri l'immediata scarcerazione di Alfonso Podlech Michaud, ex-procuratore militare nella regione di Temuco, nel sud del Cile, ai tempi di Augusto Pinochet.
Podlech, 76 anni, era accusato di diversi omicidi, in particolare di aver torturato e ucciso l'ex sacerdote italo-cileno Omar Venturelli, subito dopo il golpe militare dell'11 settembre 1973. Secondo il pubblico ministero Giancarlo Capaldo, meritava l'ergastolo: durante la dittatura cilena, in qualità di procuratore militare, Podlech aveva emanato un bando di convocazione con il quale intimava a numerosi esponenti dell'università di presentarsi alle autorità. Diversamente, sarebbero stati ricercati in base alla «legge di fuga». Tra gli universitari c'era anche Omar Venturelli, docente di pedagogia all'Università cattolica di Temuco, all'epoca appartenente al Movimento dei Cristiani per il socialismo. Venturelli - sospeso a divinis per il suo impegno in difesa delle terre degli indigeni Mapuche - si presentò al Reggimento Tucapel di Temuco e venne ufficialmente arrestato il 25 settembre 1973, ma non fece più ritorno a casa. Dal 4 ottobre del 1973, di lui si persero le tracce. La moglie, Fresia Cea, fermata insieme a lui, venne liberata dopo due giorni e non smise mai di cercarlo.
Podlech, inseguito da un mandato di cattura internazionale emesso dall'autorità italiana, è stato arrestato in Spagna - mentre era in procinto di recarsi a Praga insieme alla moglie - il 26 luglio 2008. Era accusato di strage, omicidio pluriaggravato e sequestro di persona nell'ambito del processo al cosiddetto "Plan Condor", il patto senza frontiere, ideato dalla Cia negli anni '70. Una rete criminale che consentiva ai dittatori di sette paesi del Sudamerica di sequestrare e uccidere migliaia di oppositori al regime dovunque si trovassero. Il processo Condor riguarda 138 indagati, responsabili di aver torturato e fatto scomparire anche 25 italiani, ed è tutt'ora pendente, anche se la posizione di Podlech è stata stralciata. Poco dopo l'arresto, infatti, l'ex procuratore militare venne estradato in Italia e trasferito nel carcere romano di Rebibbia e poi processato. L'11 marzo di quest'anno, il Tribunale della libertà ne ha disposto la scarcerazione per un breve periodo, ma il dispositivo è stato revocato da lì a poco, per via dell'imminente pericolo di fuga dell'accusato. Oggi, però, l'ex procuratore militare torna definitivamente libero.
Secondo diversi testimoni, giunti espressamente dal Cile, Podlech era direttamente responsabile di abusi e torture. Durante le udienze del processo, la giuria ha ascoltato i dettagli dei trattamenti disumani imposti ai prigionieri, in molti hanno accusato in aula l'ex fiscal e lo hanno riconosciuto. Lui, però, ha sempre negato: «Non ho mai interrogato né torturato, e non ho mai contribuito a far sparire la persona di cui stiamo parlando», ha dichiarato ancora ieri prima della sentenza, e ha aggiunto; «Mi dispiace per quello che è accaduto nel mio paese nel 1973; ma la storia non ha la verità. Mi dispiace che dopo tanti anni esista ancora un clima di vendetta che credevo superato dal tempo».
«Se non altro - spiega al manifesto Jorge Ithurburu, presidente della onlus 24 Marzo - siamo riusciti a fargli scontare tre anni di carcere. Ora, però, il timore è che in Cile si compiano ritorsioni nei confronti di questi testimoni». Già due agenti della Brigada investigadora, di origine mapuche, «sono stati messi sotto inchiesta per aver fornito documenti utili al processo al pm Capaldo. Anche il preside dell'Università cattolica di Temuco è stato inquisito per aver rivelato quanto avveniva durante la dittatura. E un altro testimone, Mario Carrille Huenuman, è stato denunciato per calunnia dal figlio di Podlech».
Per questo, a giugno, Fabio Porta, parlamentare eletto per l'America latina nelle liste del Pd, ha presentato un'interrogazione parlamentare. «Chi garantisce oggi che su questi accusatori di Podlech non si rovescino rappresaglie?», ha detto ieri. «E ora, che sarà di noi?» ha esclamato Fresia Cea, scoppiando in lacrime insieme alla figlia Maria Paz, alla sentenza. La Procura presenterà appello. Podlech è già stato scarcerato.


 

Nella foto: Il figlio di puttana, Alfonso Podlech

Promemoria Referendum n. 8
post pubblicato in Politica , il 12 maggio 2011


da www.ilfattoquotidiano.it

Referendum sull’acqua, appello del vescovo di Reggio Emilia: “Votate sì”

Non è la prima volta che la Diocesi prende posizione radicali su temi ambientali: qualche anno fa il responsabile pastorale del lavoro si schierò al fianco di Beppe Grillo per dire no alla costruzione di un nuovo inceneritore. Una battaglia che alla fine venne vinta.

“Dacci la nostra acqua quotidiana”. Parafrasando le parole del Padre nostro il vescovo della Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla Adriano Caprioli ha esortato tutti i cittadini a recarsi alle urne il 12-13 giugno per votare “sì” ai referendum in difesa dell’acqua pubblica. Una presa di posizione netta quella della Chiesa cattolica reggiana che va aggiungersi alla firma del manifesto della campagna “Acqua, dono di Dio e bene comune” promossa dalla Rete interdiocesiana Nuovi stili di vita che vede l’adesione di ben 25 diocesi italiane. “L’acqua è fonte di vita – continua il vescovo di Reggio Emilia e Guastalla – Privatizzare l’acqua significa diventare proprietari della vita altrui. Perciò l’acqua deve restare pubblica. Chi la gestisce deve essere attento a non farne un oggetto di conflitto e i beni essenziali devono essere gestiti in modo solidale . Il compito della chiesa è quello di formare rispetto a quelli che sono i valori da difendere . La globalizzazione fa crescere nuove forme di povertà e bisogna cercare di rendere i beni di prima necessità a portata di tutti». Libertà di voto è stata data invece sui temi del nucleare e del legittimo impedimento, con l’invito comunque di recarsi alle urne per onorare la democrazia”.

Al fianco del Vescovo Caprioli c’era anche l’ex direttore del Centro Missionario di Reggio don Emanuele Benatti ed uno ospite straniero il vescovo Luis Intanti Della Mora della diocesi di Aysen, nella Patagonia cilena ed Emiliano Codeluppi del Comitato Acqua Bene Comune di Reggio Emilia.

Presentando la campagna “Acqua Dono di Dio” gli intervenuti hanno specificato bene la discesa in campo della Chiesa cattolica sul tema referendario.

“Il nostro scopo è che la gente sia informata e vada a votare secondo coscienza- ha spiegato don Benatti – per questo facciamo sentire la nostra voce a parrocchie, scuole, organizzazioni pubbliche. Noi stiamo con chi difende i referendum e l’acqua pubblica, perché i poveri non muoiano di sete e che non si scatenino guerre per l’acqua come ora si fa con il petrolio”.

“Io ne so qualcosa di cosa visto che il 96% dell’acqua e delle reti in Cile è di proprietà di Enel, ora gli esperimenti sulla pelle dei cittadini si esportano anche qui ed è negativo, molto negativo” ha spiegato il vescovo cileno Della Mora”.

Non è la prima  volta che la Diocesi di Reggio Emilia e Guastalla prende posizioni nette e radicali su temi ambientali e legati ai beni comuni.  Durante gli scorsi anni, don Gianni Bedogni, responsabile della Pastorale Sociale del Lavoro della Diocesi, sacerdote attentissimo alle tematiche ambientali ed una delle “eminenze grige” della diocesi reggiana, aveva preso posizione pubblicamente contro la costruzione di un nuovo inceneritore a Reggio Emilia, facendo campagne pubbliche a favore della riduzione dei rifiuti, per la raccolta differenziata spinta porta a porta, il riciclo ed il compostaggio e non si era tirato indietro a strizzare l’occhio anche a Beppe Grillo quando tra il 2006 ed il 2007 venne più volte in città a sostenere i comitati cittadini in questa battaglia poi vinta.

Sempre la Diocesi aveva preso posizioni dure contro la cementificazione del territorio e  durante la Quaresima del 2009 era stata organizzato dal gruppo sui “Nuovi stili di vita e della Difesa del Creato” una via crucis molto particolare dove si erano difese pubblicamente: acqua pubblica, riciclo e riduzione dei rifiuti, risparmio energetico e fonti rinnovabili, stop al consumo di territorio, lotta agli sprechi, difesa dell’agricoltura a chilometri zero.

E bravo Adriano! Il Vescovo di Reggio Emilia, ormai agli sgoccioli del suo vescovato, piazza lì un bel carico da 10, schierandosi apertamente per il SI ai referendum sull'acqua pubblica! Non sono un grande fan della mia diocesi (non per questioni legate alle persone che la formano, più che altro per questioni mie di fede...), ma devo dire che questa volta mi levo il cappello davanti a questa presa di posizione netta, aiutata anche dal fatto che venga invitato un prelato sudamericano, zona in cui la mercificazione dell'acqua ha effetti devastanti! Il Vescovo Della Mora, leggevo ieri sulla Gazzetta di Reggio, diceva anche che in Patagonia cilena l'acqua in bottiglia costa più del petrolio, nonostante (ma anche per questa ragione!) sia una delle zone più ricche nel mondo di questo bene prezioso!  E' questo dovrebbe far capire a cosa si va incontro se la strada continua ad essere quella della privatizzazione, ovvero a guerre non più combattute per il petrolio ma per l'acqua!!! Com'è chiara la critica che la chiesa della Patagonia fa al modello neoliberale, causa principale di questa crisi economica mondiale, dovuta anche a queste disgraziate ricette di politica economica! Il Sudamerica però è anche fonte di esempi positivi sulla gestione dellìacqua, basti pensare alla "Guerra dell'Acqua" di Cochabamba in Bolivia, dove all'inizio degli anni 2000, l'allora non ancora presidente Evo Morales si mise alla testa di una protesta che cacciò la multinazionale a cui era affidata la gestione dell'acqua della zona, che aveva imposto un aumento del 300% delle bollette! Oppure delle Costituzioni di Venezuela ed Ecuador, che dicono chiaramente che l'acqua è un bene comune pubblico, gratutito e di tutti, che non può essere in alcun modo mercificata! Della Mora ricorda anche chi fu il pricipale colpevole della privatizzazione dell'acqua in Cile... ovvero il Fondo Monetario Internazionale, che impose, ai tempi di Pinochet, una serie di privatizzazioni in tutti i settori economici del paese, che portò un'indubbia crescita economica, ma anche a creare una delle società più diseguali (e violente), in termini di ricchezza pro capite, di tutto il continente americano! Speriamo ora che altre diocesi prendano esempio da quella di Reggio Emilia, sarebbe importantissimo per la riuscita del referendum! Perciò, il 12 e 13 giugno non facciamoci fottere il futuro da questi gangster, andiamo a votare in massa e votiamo quattro SI ai quesiti referendari! 
Sempre sul Cile...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 14 ottobre 2010


Ancora qualcosa di importante da dire su  Cile e miniere di rame, due parole inscindibili da molto prima del dramma dei minatori... questo pezzo magistrale di Gennaro Carotenuto, da tutto il vero senso e la vera lettura della vicenda che ha tenuto incollati a San Josè tutti i media del mondo... Buona Lettura!

da www.gennarocarotenuto.it

IL CILE VIRTUALE, IL CILE REALE E I SUOI MINATORI

Che bel paese sarebbe il Cile se anche domani continuasse a interessarsi alla sorte e ai diritti negati di tutti i suoi minatori, anche dopo la fine del reality show mondiale del salvataggio dei 33 minatori dalla miniera di rame di San José, in quel nord dove quello che non è deserto è rame. Che meraviglia di paese sarebbe il Cile se quel tripudio di bandiere e quella logorrea patriottica non fosse pura propaganda e non fosse anche una macchina del “olvido”, una macchina per dimenticare la realtà.

I minatori, ricordiamolo, sono vivi per caso ma non sono rimasti vittime per caso. Il riscatto è stato un dovere ineludibile e un dividendo politico per il governo nei giorni del bicentenario. E in questa storia i concessionari (un eufemismo pinochetista che nasconde la piena proprietà) della miniera restano sullo sfondo ma sono i cattivi della pellicola e il governo, che capitalizza mediaticamente è loro complice.

Bohn e Kemeny, prima di dichiararsi falliti e quindi insolventi, sono stati sistematicamente e criminalmente negligenti rispetto alla sicurezza dei minatori. Come praticamente tutti i concessionari di miniere, anche Bohn e Kemeny sono colpevoli del "dolo eventuale" di aver giocato con la vita dei minatori, pretendendo di arricchirsi ancora di più, risparmiando sistematicamente sulla sicurezza di questi. Adesso che celebriamo la salvezza dei minatori, possiamo dimenticare che solo a San José ci sono stati 80 incidenti con morti e feriti in dieci anni senza che Bohn e Kemeny, che molti descrivono “accecati dall’avidità”, investissero in sicurezza? Possiamo dimenticare che il Cile, che i media descrivono come moderno ed efficiente, resta un paese dove i Bohn e Kemenny sono sempre sicuri di trovare dei disgraziati disposti a sfidare la sorte per 6-7 Euro al giorno, sapendo di avere dalla loro parte leggi e governo?

Non possiamo dimenticare che il Cile, dall’11 settembre 1973 in avanti, è l’allievo modello di quella deregolamentazione radicale del mondo del lavoro chiamata neoliberismo, per la quale minatori come quelli dei quali oggi tutto il mondo conosce i nomi e le storie, ma che a malapena guadagnano tra i 2 e i 300 Euro al mese (altro dettaglio sottaciuto), dovrebbero avere la forza di trattare e difendere la loro sicurezza con squali che abitano a Seattle o a Montreal piuttosto che a Las Condes o Vitacura, i quartieri per ricchi di Santiago.

La verità è che ancor di più oggi, che è in vigore il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, firmato dai governi di centro-sinistra della Concertazione, che stabilisce a chiare lettere che il lucro viene prima della sicurezza e dell’equità, il governo cileno, quantunque volesse, ha le mani legate per obbligare i concessionari a garantire la sicurezza di quelle che sono e resteranno vite a perdere.

In queste settimane abbiamo visto il ridicolo ministro delle miniere Laurence Golborne piagnucolare ripetutamente al bordo della miniera. Per quei piagnucolii è passato in due mesi ad essere il più conosciuto di tutto l’esecutivo. Ma da domani il ministro Golborne tornerà a fare quello che faceva prima: l’esecutore materiale degli interessi delle concessionarie, schierato sistematicamente contro i minatori in ogni singolo conflitto che si apre.

Che bel paese sarebbe il Cile se invece “il rame fosse nostro” come è stato al tempo della Unidad Popular (nella foto Salvador Allende con i minatori), l’unico momento nella storia del paese nel quale i minatori hanno avuto diritto di parola sulla loro sicurezza e sul loro lavoro. L’unico momento nel quale la ricchezza del rame non andava a qualche multinazionale di rapina e i minatori guadagnavano salari dignitosi.

Non fu un caso, giova ricordarlo agli avventizi dell’informazione che di questi dettagli mai si sono curati in due mesi, che, dopo l’11 settembre, mentre il mondo al massimo guardava alla Moneda in fiamme o allo Stadio nazionale trasformato in lager, Augusto Pinochet incaricò il generale Sergio Arellano Stark di battere palmo a palmo le miniere del nord del Cile. L’obbiettivo era rastrellare quei minatori che erano stati la spina dorsale dell’Unidad Popular e che in quella militanza, sotto le bandiere del Partito Socialista, di quello Comunista, del MIR, avevano trovato per la prima volta nella storia dignità, sicurezza e rapporti di produzione non più iniqui.

Era la “carovana della morte”. Almeno duecento minatori, vittime di quei sinistri elicotteri che atterravano all’improvviso nei villaggi artificiali dove ancora oggi solo agli ingegneri stranieri è garantito un frammento di prato, mentre per i lavoratori cileni e le loro famiglie ci sono solo sassi, ancora oggi sono desaparecidos.

Non è un caso che il principale addebito di Henry Kissinger, l’eminenza grigia del golpe, a Salvador Allende fosse stato proprio la nazionalizzazione del rame.

Certo, tutti i cileni si sono sinceramente commossi, come il resto del mondo per la sorte di quei 33 piccoli uomini che da secoli scendono nelle viscere della terra a tirar fuori la principale ricchezza del paese che qualcuno altrove godrà. Un resto del mondo che non sa trovare il deserto di Atacama su una cartina come non sa che deve dire grazie a quei minatori ogni volta che alza il telefono e comunica con una voce conosciuta all’altro capo di quel filo metallico. Ma nel mondo videodiretto, centinaia di milioni di telespettatori sono ora autorizzati a pensare, di “aver già dato” con la commozione per quei 33.

Certo, il paese, sotto gli occhi del grande fratello mondiale, ha dato una gran prova di sé, orgoglio, nazionalismo, (tardiva) efficienza. Oro, più che rame, per il presidente Sebastián Piñera e il suo governo che, per una prova difficile ma allo stesso tempo più limitata di quella di Silvio Berlusconi per il terremoto dell’Aquila, ha trovato la più straordinaria “photo opportunity” che potesse immaginare.

Dalla notizia che i minatori erano vivi, Piñera ha iniziato a bivaccare al bordo del pozzo, stringendo mani, dispensando sorrisi e pacche sulle spalle, abbracciando uomini e donne con le quali non avrebbe mai preso un caffé. Prima, nei lunghi giorni quando si pensava che i minatori fossero morti, non si era mai fatto vedere. Dopo, con i riflettori accesi, ha capitalizzato quindici punti di aumento di popolarità in appena quindici giorni. Ha modulato le sue presenze e perfino programmato la liberazione dei minatori in base al prime time televisivo e ai propri impegni internazionali. Adesso il Cile tornerà nel cono d’ombra dell’informazione con i suoi minatori umiliati e la sua corte dei miracoli. E ancora una volta la televisione ci ha restituito un reality show per addormentare le coscienze.



Nella foto: lo spettacolare deserto di Atacama, in Cile, dove si trovano la maggior parte delle miniere di rame del paese. Chi sapeva, fino a poco tempo fa, che in questo posto vanno migliaia di uomini in cerca di qualche soldo, ad essere sfruttati e messi continuamente in pericolo nelle miniere, dalle "concessionarie"?
 


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permalink | inviato da Mauro1977 il 14/10/2010 alle 11:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Esistono anche loro...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 14 ottobre 2010




Si è conclusa felicemente, per fortuna, l'odissea dei 33 minatori intrappolati nella miniera cilena... Ieri sono stati tratti tutti in salvo e prima del previsto, ora dovranno riprendere la loro vita normale, ma non credo che sarà molto semplice, dopo mesi di buio totale...

Ora però sarei felice, visto il ritorno clamoroso d'immagine che ha ricevuto da questa vicenda, che il Presidente Pinera, smessi i vestiti del "Presidente Minatore", indossasse quelli del "Presidente Indio" e si occupasse degli attivisti indigeni Mapuche che stanno portando avanti da parecchi giorni uno sciopero della fame in carcere, come forma di protesta visto che gli saranno applicate le misure anti-terrorismo dell'epoca Pinochet...

Mi sono già occupato della vicenda su queste pagine, sarei felice che se ne occupassero anche in nostri grandi media, che quando un dissidente cubano o un possidente terriero venezuelano (in teoria espropriato...) iniziano una forma di prostesta identica, iniziano campagne di stampa martellanti affinchè questi paesi vengano dipinti come il "Male assoluto", mentre quando queste cose succedono in paesi "graditi"... acqua in bocca! IPOCRITI DI MERDA!

da www.ilmanifesto.it

 
INDIGENI MAPUCHE
14 in sciopero della fame
«Quale ironia, il mondo esulta per la salvezza dei minatori cileni, mentre uno stesso numero di cittadini dello stesso paese rischia di morire in un silenzio assordante», scrive un appello internazionale in favore dei 14 indigeni Mapuche rimasti in sciopero della fame da luglio: 14 prigionieri politici che si trovano in 5 prigioni del paese, «ingiustamente vittime della legge antiterrorista» che proviene dai tempi della dittatura di Pinochet. Una legge «esclusivamente usata per soffocare i movimenti sociali del popolo Mapuche», dice ancora l'appello, ricordando che 96 Mapuche sono accusati senza prove e senza garanzie e soffrono durissime condizioni di detenzione. I Mapuche chiedono l'abolizione della legge antiterrorismo, la revisione dei processi e il riconoscimento dei loro diritti come stabilisce la convenzione 169 dell'Oit, sottoscritta dal Cile e in vigore dal 2009. In Italia, anche l'Associazione lavoratori cileni esiliati sostiene con forza la lotta del popolo mapuche e invita a mobilitarsi contro il governo cileno.
 

Patricidio!
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 21 settembre 2010




Questa foto è peggio di una pugnalata... Ritrae Isabel Allende e il Presidente cileno Sebastian Pinera. Isabel, la grande scrittrice cilena, figlia di Tomas Allende, cugino di Salvador Allende (Presidente Martire del Cile), ma praticamente figlia dello stesso Salvador, con cui è cresciuta dopo l'abbandono della famiglia da parte di Tomas, è al fianco di Sebastian Pinera, fratello del Ministro dell'Economia durate il regime dittatoriale di Augusto Pinochet, l'assassino di Allende! Quando Pinera è stato eletto ad inizio 2010, riportando la destra cilena al potere per via democratica dopo quasi sessant'anni e a venti dalla caduta del Boia, i suoi sostenitori sfilarono in festa con il busto di Pinochet per le strade di Santiago... Perciò la foto significa, in pratica, la figlia del martire sorridente al fianco del fratello di uno dei carnefici! Avevo già letto qualcosa di un avvicinamento della Allende al Presidente Pinera, ma non volevo crederci, poi arriva questa foto, scattata allo spregevole reality show che si sta girando sulla pelle dei minatori imprigionati nella miniera di rame, nel deserto cileno... L'Allende dovrebbe sapere bene che una delle cause della morte di Salvador, fu proprio la nazionalizzazione del rame, cosa poco gradita dalle multinazionali del settore che spinsero gli USA di Nixon e Kissinger a finanziare e sollecitare il colpo di stato del 1973... Mentre Pinera, spalleggiato dalla Allende, utilizza per puri fini propagandistici il dramma dei minatori e della loro famiglia, nel silenzio generale gli attivisti indigeni Mapuche continuano il loro drammatico sciopero della fame di protesta contro l'attuazione nei loro rigurdi delle leggi anti-terrorismo cilene, che sono sempre le stesse promulgate da Pinochet nel 1984. La foto qui sopra l'ho trovata sul sito di Repubblica, che non scrive nemmeno mezza riga su la questione Mapuche (come tutti i giornali italiani, tranne il Manifesto e pochissimi altri), ma che parla in toni entusiastici di questo ticket dell'ipocrisia tra Pinera e Allende... ma non mi stupisco, Repubblica sulle sue pagine estere non ha mai brillato per progressismo e lungimiranza, un conto è fare gli anti-berlusconiani (pagati da un altro industriale, dopo tutto), un conto è essere veramente di sinistra! Vi riporto un altro articolo di Luis Sepùlveda, cileno, socialista e allendista VERO a differenza della sua collega Isabel Allende!

da www.ilmanifesto.it

APERTURA   |   di Luis Sepúlveda
LA FIERA AGONIA mapuche
Due famosi scrittori cileni a fianco della lotta degli indigeni mapuche, l'indomita popolazione originaria del sud del Cile, per le loro terre e i loro diritti. Repressi e incarcerati sulla base di una «legge anti-terrorista» imposta nell'84 dal dittatore Pinochet, che né il centro-sinistra al governo per vent'anni né la destra al potere dal marzo 2010 hanno toccato. Dal 12 luglio scorso, trentadue di loro sono in sciopero della fame e ormai allo stremo
Il quattro settembre ricorrevano i quarant'anni dalla vittoria democratica che portò Salvator Allende alla presidenza del Cile, e quel giorno un gruppo di trentadue comuneros mapuche, prigionieri politici alla mercè degli abusi dello Stato cileno, contavano il cinquantaquattresimo giorno di sciopero della fame.
Che effetti ha un digiuno così lungo? Secondo il parere degli specialisti, dalla sesta settimana di digiuno il rischio di danni irreversibili è di circa il 90%. L'organo più colpito è il cervello che ha bisogno di centoventi grammi di glucosio al giorno; uno dei sintomi principali è lo stato di confusione mentale che indica il deterioramento irreversibile, sì, proprio irreversibile.
Il tre settembre, il presidente cileno Sebastián Piñera ha parlato per la prima volta dello sciopero della fame che stanno affrontando i comuneros mapuche e ha annunciato che verrano presentate al parlamento due proposte di legge: una che «modernizza e modifica la giustizia militare» (Piñera ha molte lacune tra cui quella di non conoscere il pensiero di Montesquieu, grande precursore della teoria della separazione dei poteri, che sosteneva che «la giustizia militare è così nociva alla giustizia come la musica militare lo è per la musica»), e l'altra che «definirà e connoterà meglio il reato di antiterrorismo». Anche l'uso del linguaggio non è il suo forte, o c'è forse qualcuno in grado di spiegare che cos'è il reato di antiterorrismo di cui parla Piñera?
Al quinto giorno di sciopero della fame dei comuneros mapuche, organi importanti come il fegato e i reni hanno cominciato a risentirne: l'organismo smette di consumare il glucosio e il glicogeno immagazzinati e comincia a bruciare i grassi, la riserva energetica degli esseri umani, che si esaurisce intorno al quarantesimo giorno di digiuno.
Ai comuneros mapuche viene applicata una legge antiterrorismo che li priva dei diritti fondamentali garantiti dallo stato di diritto; e per giustificare questa misura si allude a informazioni «attendibili» secondo cui, - così si mormora - i mapuche sarebbero probabilmente legati alle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Queste informazioni, tenute a lungo rigorosamente segrete, sono state fornite dall'ex-presidente colombiano Álvaro Uribe, quel personaggio che, concluso il suo mandato, ha lasciando in eredità ben trentaduemila desaparecidos, un numero vicino al totale dei desaparecidos contati durante tutte le dittaure dell'America latina. Di tutti questi desaparecidos, almeno millesettecento sono i cosiddetti «falsi positivi», giovani trucidati dall'esercito e dalla polizia colombiani e fatti passare come guerriglieri morti in battaglia. La gestione di Álvaro Uribe durata due mandati ha potuto contare sull'appoggio e il beneplacito del governo degli Stati uniti.
Che credibilità possono avere quindi le informazioni fornite da un soggetto di tal fatta? Poco più di un anno fa il Battaglione Boyacá dell'esercito colombiano presentò alla stampa i cadaveri di venti guerriglieri «caduti in combattimento». Erano gente indigente e contadini catturati a casaccio e assassinati per poter giustificare le misure antiterrorismo del governo. Uno di questi, un invalido incapace di muovere le braccia, fu presentato con un fucile in mano. Può avere valore legale un'informazione fornita da un genocida? Eppure queste informazioni ricevute da Uribe fanno comodo al governo cileno - quello attuale di destra e quello di centro-sinistra che lo ha preceduto - per giustificare l'applicazione delle leggi antiterrorismo ai mapuche.
Dopo trenta giorni di sciopero della fame i comuneros mapuche sono stati colti da una spossatezza infinita che quasi gli impedisce di parlare. Gli effetti della denutrizione colpiscono tutti gli apparati dell'organismo. Dopo quaranta giorni di digiuno - e il quattro settembre erano già arrivati a cinquantaquattro - il deterioramento e il logoramento fisico è evidente e causa incapacità di movimento, perdita di coscienza, e un'apatia generale: tutti sintomi dei danni irreversibi dovuti alla mancanza di energia.
Il tre settembre, alla fine di un incontro tra il presidente Piñera e i partiti dell'arco parlamentare, la leader del Ppd (Partito per la democrazia) Carolina Tohá, ex ministro portavoce del governo della presidente socialista Michelle Bachelet ed esponente della Concertación por la democracia (la coalizione di centro-sinistra che ha governato il paese per vent'anni), ha apprezzato l'incontro e la disponibilità del capo dello stato nel voler perseguire una soluzione al «conflitto che vede come protagonisti i mapuche». La Tohá ha aggiunto che il suo gruppo «sosterrà la richiesta di dialogo affinché si che crei un ponte con i comuneros che stanno facendo lo sciopero della fame».
Carolina Tohá sa bene che durante il governo di cui è stata ministro e durante la precedente legislatura, così come durante la dittatura di Pinochet, e risalendo fino al 1810 - anno in cui i figli e i nipoti dei colonizzatori decisero l'indipendenza del Cile -, nulla è mai stato fatto per fermare il saccheggio delle terre, lo spogliazione e l'umiliazione del popolo mapuche.
Agli occhi di tutti i governi del Cile i mapuche sono sempre stati dei potenziali rivoltosi da tenere sottomessi e repressi. In Cile per lo meno la destra esprime con chiarezza la sua rozza ideologia, come ha fatto capire Juan Antonio Coloma, il portavoce dell'Udi (Unione democratica indipendente, il partito storicamente pinochettista) nel corso dell'incontro con il capo dello stato. Coloma ha infatti annunciato che il suo schieramento «farà uno sforzo per risolvere questo conflitto», ma ha precisato che si tratta «di un problema ereditato dalle amministrazioni precedenti e che non merita una revisione della legge antiterrorismo». Il cinismo è la grammatica del razzismo cileno.
Scrivendo del righe e ricordando il quattro settembre di quarant'anni fa, mi torna alla memoria l'aroma di una notte quasi primaverile, una notte di serena allegria, quando avevo vent'anni: c'ero anche io in mezzo a quella folla di donne e uomini umili, in gran parte giovani, che si abbracciavano raccolti davanti alla casa della Federazione studentesca del Cile. Aspettavamo che Salvator Allende accendesse il nostro sogno rivoluzionario di trasformazione della società. Non ce l'abbiamo fatta, non ci siamo riusciti, ma ce l'abbiamo davvero messa tutta. Molti di noi hanno pagato con la vita il tentativo di rendere il Cile un paese giusto, che rispettasse le legittime rivendicazioni del popolo mapuche.
Mi piacerebbe ricordare allegramente quei momenti, ma non posso perché in questo quattro settembre trentadue comuneros mapuche, Gente della Terra, prigionieri politici della capitale, stavano rischiando la vita con un digiuno che durava ormai da cinquantaquattro giorni. Chiedono sia fatta giustizia, e per la nazione mapuche la giustizia è molto più che un fascicolo di norme e leggi.
E' la loro terra, terra sacra, benedetta, amata: questa è la questione di fondo che i discendenti dei coloni e degli europei delle diverse latitudini venuti a usurpare le loro terre non vogliono capire.
Traduzione di Valentina Manacorda

11 settembre...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 11 settembre 2010


... 1973... cosa credete? Io commemoro lo stesso giorno di 37 anni fa, quando Salvador Allende, Presidente Socialista ELETTO del Cile viene destituito da un violentissimo colpo di stato, che si concluderà con il suo suicidio tramite una raffica di Kalashnikov (che gli venne regalato da Fidel Castro) all'interno della Moneda, il palazzo presidenziale cileno... e da li fu Pinochet e 17 anni di terrore puro, tra desaparecidos, neoliberismo selvaggio e dittatura... 37 anni dopo il Cile non è cambiato, purtroppo, il passaggio da Pinochet alla democrazia è stato uno schifosissimo compromesso (con la complicità del centro-sinistra cileno) che ha salvato il Generale dal suo giusto processo e che ha riportato la Destra cilena al potere, tramite Sebastian Pinera, fratello del ministro dell'Economia di Pinochet! Però Salvador è rimasto, ed è risorto nelle vesti di Hugo Chàvez, Lula da Silva, Evo Morales, Rafael Correa e tanti altri grandi protagonisti della nuova stagione progressista latino-americana, dando un bel calcio nelle palle a Nixon, Kissinger e tutti gli altri presidenti americani successivi, che ancora oggi si trovano lì, vivo e vegeto Fidel Castro! Ed allora, alla fine, chi ha vinto? Il Condor, che voleva reprimere il continente detto il "Giardino di casa"o Salvador? Secondo me Salvador, ovunque lui sia in questo momento, sta sorridendo!!!!

Salvador Allende ancora vivo l'11 settembre 1973, si difende alla Moneda... Salvador, hai vinto, tu e il "Che" Guevara siete ancora oggi i simboli dell'integrazionismo sudamericano, gli eredi diretti del Libertador Simon Bolivar!!!!


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Distruggi il Mapuche!
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 6 settembre 2010



Nel Cile che vive ormai tutto intorno ai minatori imprigionati nel sottosuolo, il che dimostra che tutto il mondo è paese, e che una tragedia può essere trasformata in un Reality Show, ma soprattutto in una fiera dell'ipocrisia, vi è una altra grande tragedia di cui NESSUNO, ovviamente, parla... E' la tragedia dei 32 attivisti Mapuche, minoranza indigena del Cile, rinchiusi in carcere per attività terroristiche e in sciopero della fame (nel gruppo vi sono anche due minorenni) da lungo tempo. Protestano perchè vengono ancora puniti con leggi anti-terroristiche in vigore dai tempi di Pinochet, e i loro aguzzini, l'Esercito che ogni volta che interviene per farli sloggiare dalle loro terre, essenziali per un popolo che vive di agricoltura, li massacra allegramente, nel silenzio internazionale e senza che nei vent'anni che il Cile è stato governato dalla Concertation, l'alleanza di Centro-Sinistra, sia stato fatto qualcosa in merito! Già, perchè nonostante sia riconosciuto dai vari organismi internazionali la continua violazione dei diritti umani nei confronti dei Mapuche da parte dell'esercito, questi non possono essere processati in Cile, perchè vige ancora la legge che fu fatta dopo la caduta di Pinochet, che in pratica garantiva l'impunità al dittatore e i torturatori nei 15 anni di regime brutale a cui fu sottoposto il paese! In questi giorni ci si straccia le vesti, in Italia e in Europa, per la povera Sakhine, condannata ad una brutale ed ingiusta lapidazione in Iran (ha pensato bene di dargli una mano anche il "Times", pubblicando una foto di una donna, non era nemmeno lei, senza velo, regalandogli altre 99 frustate), c'è stata una giusta mobilitazione internazionale per salvarla dal regime teocratico. Mentre per i Mapuche, il nostro ministro degli esteri Frattini (che una settimana fa era lo zerbino personale di un dittatore libico) e Carla Bruni (solo su una cosa la penso come il giornale ultraconservatore iraniano che attacca le mobilitazione in difesa dell'adultera: che la Bruni è solo una gran prostituta, come suo marito!) non si scomodano minimamente... Bisogna ammettere però che il nuovo Presidente del Cile di destra, Sebastian Pinera, è stato molto furbo. Possedendo mezzi di informazione, ha capito che se faceva puntare tutti gli occhi del mondo solo sul dramma dei minatori, non si sarebbe parlato, neanche minimamente, dei Mapuche... Su questo ha imparato moooolto bene da un suo collega europeo, leader di un paese che si affaccia sul Mediterraneo! Vi lascio l'articolo pubblicato sul Manifesto a firma di Luis Sepulveda, il grande scrittore cileno spiega bene il suo paese, che ancora non riesce a uscire dai fantasmi del suo passato...


da www.ilmanifesto.it

Luis Sepulveda

Quei mapuche così poco attuali

I meriti letterari di Isabel Allende sono fuori discussione, ma è necessario fare alcune considerazioni riguardo al premio nazionale di letteratura. In tutti i paesi che lo contemplano, questo genere di premio è conferito come riconoscimento di tutta una vita dedicata alla scrittura e in nessun caso l'eventuale successo di vendite di una scrittrice o di uno scrittore viene confuso con il suo potenziale mercato internazionale - sia esso d'oro o da due soldi, perché questo vuol dire confondere capre e cavoli. 
Il premio poi non diventa l'argomento polemica dell'anno; in Cile invece, poiché il presente è - terremoto incluso - piuttosto sporco, viene allora rimpiazzato da un'attualità rozza e banale che riempe le televisioni e quasi tutti gli spazi consentiti. Agli occhi del mondo intero bisogna nascondere un fatto, occultarlo, negare la sua esistenza perché i 32 mapuche che stanno affrontando un lungo sciopero della fame, mettendo in pericolo le loro vite, è cosa che inquina l'attualità, in cui campeggia una sorta di dibattito intellettuale rozzo e banale.
Per la maggior parte dei cileni, siano essi scrittori, scrittrici o gente che si dedica allo sport della «cilenitudine», i mapuche non esistono, e se per caso qualcuno accetta il fatto che i mapuche esistono da prima dell'arrivo degli europei, li considera fastidiosi perché non accettano il loro ruolo di «suppellettili etniche» o perché sono contadini il cui unico destino non è altro che quello di fornire manodopera a basso prezzo. 
Quei tappetti vanno bene per i lavori domestici, per quanto le peruviane sono più economiche; quei piccoli mapuche sono esperti di giardinaggio, di idraulica, sono quelli che castrano i gatti e che ne capiscono di piante selvatiche. Per duecento anni si è occultato, ignorato, negato uno dei fatti più sporchi della nostra storia: il saccheggio, il furto, l'usurpazione delle terre appartenenti a quella grande aggragazione umana chiamata il popolo dei mapuche.
Dalla dubbia dichiarazione d'indipendenza, manipolata dai primi figli e nipoti dei colonizzatori - può questo essere motivo di festeggiamenti? - fino al recupero di una democrazia concepita dalla cricca della dittatura di Pinochet, le proteste sacrosante dei mapuche sono state ignorate o relegate ai faldoni dei problemi che si risolvono con il tempo. Ovvero, quando i mapuche spariranno come popolo, come nazione, come etnia, come parte integrante della cultura americana. Persino durante i mille giorni di governo Allende si affrontò a malapena la questione, contando sui benefici di una riforma agraria che non tenne conto affatto del sentire culturale dei mapuche, e che ignorò il loro speciale rapporto con la terra e con l'habitat, imprescindibile per la Gente della Terra.
Sono disgustato quando, dopo un giro di acquavite peruviana, biondicce e biondicci di tutte le età e classi sociali, esprimono orgogliosi la gioia di avere qualche goccia di sangue mapuche nelle vene. Allora: «Dai bisogna portarci questo scrittore», e mi invitano ad andare a visitare i loro terreni o i loro poderi nella regione di Araucania, perché veda i mapuche e le belle cose che fanno al telaio. «Se siamo fortunati - aggiungono - magari vedi qualcuno che suona il corno».
Lo sciopero della fame dopo una settimana causa pericolose alterazioni nell'organismo. E' evidente quindi che uno sciopero della fame che dura da più di un mese causa dei danni irrecuperabili. Le alterazioni del ritmo cardiaco e della pressione, avvicinano alla morte, ma è la morte dei mapuche, di un po' di uomini e donne sopravvissuti alla pace dell'Araucania. «Sono testardi questi mapuche», aggiungono, che si rifiutano di accettare passivamente la fine della vita, così spogliati della loro terra senza la quale non sanno, non possono e non vogliono vivere.
Nel deserto di Atacama ci sono 33 minatori rinchiusi sotto una montagna. Sono uomini coraggiosi che non dovrebbero trovarsi sotto tonnellate di pietra se l'azienda mineraria avesse rispettato le norme internazionali della sicurezza del lavoro. Dovrebbero trovarsi ora insieme alle loro famiglie se in Cile l'esigenza di rispettare le norme non fosse considerata un attentato alla libertà di mercato. Quei minatori e la possibilità effettiva - perché le leggi le fanno i padroni a loro uso e consumo - che l'azienda non gli paghi i giorni trascorsi a lavorare lì sepolti, e i giorni che rimarranno lì sepolti fino a quando non li recupereranno, fa parte dello sporco presente del Cile, un presente immobile dal giorno in cui la dittatura ha consegnato il paese ai capricci del libero mercato. Un mercato che genera ricchezze di origine dubbia, come quella dell'attuale presidente.
E anche questo presente è stato occultato, negato, ignorato da tutti coloro che hanno governato potenziando e glorificando il libero mercato. È disgustosa l'epidemia di patriottismo rozzo e banale che la tragedia delle miniere ha suscitato. E' disgustoso vedere soggetti come Leonardo Farkas, quel milionario dalla perenne abbronzatura made in Miami, di origine e stile come quelli di un Berlusconi o di un Piñera, che regalano cinque milioni di pesos alle famiglie dei minatori rinchiusi, senza alcuna progettualità politica, evidentemente. Quando quei minatori saranno recuperati - e devono essere liberati costi quel che costi - se qualcuno di loro dovesse insistere sull'esigenza di un impegno statale che tuteli la sicurezza del lavoro, costui verrà sanzionato con la legge anti-terrorismo?
I minatori di Atacama, così come il premio nazionale di letteratura, fanno parte di quell'attualità che nasconde, occulta e nega il presente più sporco, e questo è il lungo presente dei mapuche. Trentadue uomini del sud rischiano di morire perché chiedono la libertà di prigionieri politici di una democrazia dettata dagli interessi di mercato. Chiedono il riconoscimento legale di uno Stato di Diritto, chiedono che cessi di essere loro applicata l'odiosa legge anti terrorismo che ha eliminato la presunta innocenza e contempla accuse da parte di testimoni incappucciati, processi a porte chiuse, incubi pseudo legali che li condannano a prendere posizioni radicali: ma questo è quel che vuole lo Stato cileno, per giustificare lo sterminio, la soluzione finale del problema dei mapuche.
In Cile, questo strano paese che si affaccia sul mare e alla mercè dalla sua padrona - l'attualità inventata - si respira un presente carico di lerciume e infamia. Adesso l'attualità contemplerà i fasti del bicentenario, nelle osterie si sbaverà cilenitudine, anche la merda puzzerà di patriottismo, volenti o nolenti, il barbaro lemma nazionale sarà l'inno agglutinante di milioni di analfabeti sociali, e nel sud, nel profondo sud, i Mapuche, la Gente della Terra, persevererà la sua giusta lotta, negata, ignorata, occultata, repressa, falsificata dai paladini della cilenitudine, nelle cui vene - così dicono orgogliosi - scorre sangue mapuche.
Quei 32 mapuche che si giocano la vita nelle carceri del sud, sono coloro a cui si riferiva Ercilla quando scrisse sulla terra australe: «La gente che la abita è così superba, gagliarda e bellicosa/che non è stata mai battuta/vinta da alcun re/né mai sottomessa a dominazione straniera».
(Traduzione di Valentina Manacorda)




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Suggerimenti...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 13 maggio 2010


Il Cile, a inizio anno, è tornato in mano alla Destra per via democratica dopo quasi 60 anni. Questo a causa della disastrosa gestione, non tanto a livello socio-economico, del dopo-Pinochet della "Concertation", il cartello dei partiti di Centro-Sinistra (molto centro, visto un Partito Socialista piuttosto annacquato...) che è stato al potere ininterrottamente per i 20 anni dopo la caduta del Boia. Perchè disastrosa? Perchè non è stato tolto quasi nulla di quello fatto dal dittatore (anzi, difeso nel 1998 quando il giudice spagnolo Garzon lo fece arrestare per farlo finalmente processare, ricordate?) nei 17 anni del suo violento potere, la Costituzione è ancora la stessa da lui promulgata, non si sono mai sconfessate le ricette economiche Neo-Liberali dei famosi "Chicago Boys", gli allievi dell'economista ultra-liberista Premio Nobel Milton Freedman, mandati lì appena dopo il golpe dell' 11 Settembre 1973 da Nixon e Kissinger, che hanno si creato uno dei paesi latinoamericani cresciuti maggiormente negli anni 90 e successivi, ma anche quello con più disparità tra ricchi e poveri, che premia sempre quell'oligarchia industriale e culturale cresciuta durante il regime, mentre è rimasto invariato il trattamento verso gli indio Mapuche, la più numerosa comunità indigena del Cile, esclusi, messi all'angolo e, spesso, massacrati! Questo ha portato all'inevitabile ritorno della Destra, che non si è affatto ripulita dal pinochettismo, visto che dopo la vittoria del miliardario Pinera, i suoi sostenitori sfilavano con il busto di Augusto (fa anche rima!), e molti ex sono stati infilati in posti chiave del nuovo governo... Pinera stesso, il Berlusconi cileno (anche se lui rifiuta seccamente il paragone, questo per capire la fama internazionale del premier...) in quanto possessore di TV, giornali, squadra di calcio e compagnia aerea, ha iniziato la sua scalata imprenditoriale e il suo successo durante gli anni di Pinochet, di cui era sostenitore... In questo fosco quadro, non è bastata la fama di Michelle Bachelet, la presidentessa socialista uscente, in quanto il suo cartello ha pensato bene di presentare il Democristiano Eduardo Frei, già pessimo presidente degli anni 90, con un carisma pari allo zero: risultato, trionfa Pinera! Ora si aggiunge questo stucchevole dibattito su a chi intitolare l'Areoporto Internazionale di Santiago del Cile, di cui vi pubblico un resoconto apparso sul Manifesto. Dove, ovviamente, pare che l'unico a cui non possa essere intitolato è il grande poeta cileno (e comunista...) Pablo Neruda, che si scherò con Allende prima e dopo il golpe, però scomodo per il nuovo potere reazionario cileno! Quindi, dopo l'articolo, mi permetto un suggerimento alle autorità cilene su chi può essere il candidato migliore per questo onore...  

da www.ilmanifesto.it

di Irene Geis - SANTIAGO DEL CILE
CILE Non passa alla Camera la proposta del centro-sinistra. Lo scalo di Santiago resterà dedicato a un militare di destra
Il poeta comunista fa ancora paura: no all'«aeroporto Neruda»
Qual è il nome giusto per l'aeroporto di un paese che cerca il suo posto nel mondo?
Con almeno un terzo del Cile distrutto dopo il terremoto del 27 febbraio, sembrerebbe che il tema sia del tutto irrilevante. Invece il quesito è stato oggetto di due ore di acceso dibattito alla Camera e alla fine il vate Pablo Neruda, Nobel della letteratura nel '71, è uscito sconfitto da un tal commodoro Arturo Benitez Merino che, si è detto, fu il creatore della Forza aerea cilena. Affermazione confutata dai deputati della sinistra che sostengono che il vero creatore dell'aeronautica sia stato il colonnello socialista Marmaduque Grove. Il commodoro era un uomo di destra e fu lo stesso Pinochet a dare il suo nome all'aeroporto di Santiago, il colonnello era un golpista rivoluzionario di sinistra che negli anni '30 guidò un governo socialista durato 100 giorni.
La bizzarra storia del cambio di nome all'aeroporto (parzialmente distrutto dal terremoto), sotto il governo di destra di Sebastián Piñera (che nonostante la sua asserita «modernità» ha già nominato una belle sfilza di ex pinochettisti ai vari livelli di governo), viene da un progetto di legge presentato da alcuni deputati della Concertación por la democracia, la coalizione di centro-sinistra che dopo aver guidato il Cile per 20 anni è uscita battuta nelle elezioni di dicembre-gennaio dalla destrorsa Alianza para el cambio con alla testa il miliardario Piñera. Il governo che ha debuttato con il catastrofico terremoto e deve ora riservare tutti i suoi sforzi alla ricostruzione, si è visto impelagato in un dibattito surreale con al centro l'anonimo commodoro e l'immortale poeta, che nella decade del '50 fu anche senatore del Pc.
Nel dibattito non è mancato il deputato che si è messo a declamare i versi di Neruda, in particolare il suo poema 15 (Me gustas cuando callas/porque estás como ausente) diretto a un collega sostenitore del commodoro. Quando il presidente della Camera ha dato la parola al deputato socialista Marcelo Shilling, capo dei servizi nel primo governo della Concertación che annientarono quel che restava dell'ultra-sinistra armata, si è levata una voce anonima a gridare: «Questo sì che è un buon poeta...».
La destra non ha negato i meriti di Neruda, anzi, ma ha ribadito il suo no sostenendo che «un aeroporto è troppo poco per un tale genio della cultura». Ma era una burla. Tanto che qualcuno ha suggerito che forse il paese dovrebbe chiamarsi Pablo Neruda anziché Cile. Il centro-sinistra ha ribattuto che la destra finge di ammirare il Neruda dei «20 poemi d'amore» ma teme il Neruda politico del «Canto generale» e che il nome dell'aeroporto di Santiago è «la faccia del paese»: non è la stessa cosa che un pilota dica di stare atterrando nell'«aeroporto Pablo Neruda» di Santiago o nell'«aeroporto commodoro Merino Benitez». Lautaro Carmona, uno dei 3 deputati comunisti tornati in parlamento dopo 37 anni, ha citato i casi del «Charles de Gaulle» a Parigi e del «J.F.Kennedy» a New York. Ma è stato inutile. 



Nella foto: Augusto José Ramón Pinochet Ugarte (Valparaíso, 25 novembre 1915 – Santiago del Cile, Purtroppo solo il 10 dicembre 2006)... suggerisco al governo cileno di intitolare a lui l'aereoporto di Santiago, e non a quel pericolo sovversivo e terrorista che fu Pablo Neruda... 


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permalink | inviato da Mauro1977 il 13/5/2010 alle 9:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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