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"STATE PER ENTRARE IN TERRITORIO ZAPATISTA RIBELLE, QUI IL POPOLO COMANDA E IL GOVERNO OBBEDISCE!"
Leggere... e basta!
post pubblicato in Politica , il 17 giugno 2011


Pubblico l'articolo di oggi di Paolo Flores D'Arcais apparso su "Il Fatto Quotidiano"... senza commenti, perchè va letto e basta, penso sia la miglior analisi post-referendum apparsa in questi giorni... perfetta! Buona lettura!!!!

da micromega online

L’Italia civile ha vinto i referendum ma in tv c’è posto solo per la “casta”

Speranze...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 23 febbraio 2011


Nei giorni scorsi, volutamente ignorato dalla stampa, si è svolto in Senegal l'annuale incontro del World Social Forum, il contro-vertice economico organizzato dai movimenti sociali di tutto il mondo in risposta al Forum Economico di Davos e a tutti i vari (e inutili) G8, G20 etc...  Da dieci anni ormai questo appuntamento fisso di coloro che pensano che "Un altro mondo è possibile" vede la partecipazione di moltissima gente normale, grandi economisti "alternativi", ma in particolare di molti presidenti di paesi più o meno importanti, quelli che più di altri hanno abbandonato il percorso del neo-liberismo e del fondomonetarismo, imposto dall'occidente, per iniziare il percorso di un modello di sviluppo più sostenibile per i loro paese, spesso poverissimi, tra mille difficoltà ma anche successi (molti dei quali nascosti dalla cosiddetta grande stampa mondiale). Quest'anno c'è un valore ancor più simobolico, essendosi svolto in Africa, proprio mentre il Maghreb inziava ad incendiarsi, e proprio mentre cadeva Mubarak in Egitto... Tra l'altro, il Forum ha incontrato molte difficoltà dato che lo stesso Senegal ha un presidente, Wade, piuttosto autocrate ed infastidito dalla presenza del Forum, che ha cercato pure di osteggiare con alcuni mezzucci. La speranza è che il Forum aiuti l'Africa in questo particolare momento, come lo fece con l'America Latina quando nacque 10 anni fa a Porto Alegre, nel Brasile pre-Lula... Da allora il continente sudamericano ha conosciuto una nuova indipendenza politica ed economica, parecchio osteggiata, ma ha dato i suoi frutti, con nuove relazioni internazionali e la fine delle imposizioni del grande vicino nordamericano... Vorrei che ora iniziasse una primavera africana simile, dove anche questo grande e ricchissimo (di risorse naturali ed energetiche), ma anche sfruttatissimo continente, si slegasse una volta per tutte dal neo-colonialismo europeo, che non ha risolto nulla dei problemi di fame, Aids e povertà di quei paesi... credo che si scavalcherebbe il problema dell'integralismo religioso e, magari, si ridurrebbe finalmente anche il flusso dei disperati che emigrano verso i nostri (fasulli) paradisi! Utopia? Forse... ma, ripeto, è una grande speranza! Lascio resoconto sul World Social Forum tratta dal Manifesto... buona lettura!

da www.ilmanifesto.it

Immanuel Wallerstein

 

A Dakar, mentre cadeva Mubarak

 

 

Il Forum sociale mondiale (Fsm) è vivo e gode di buona salute. Si è appena tenuto a Dakar, in Senegal dal 6 all'11 febbraio. La stessa settimana in cui, per una coincidenza imprevedibile, il popolo egiziano è sceso in piazza contro Hosni Mubarak, riuscendo finalmente a detronizzarlo proprio mentre si teneva l'ultima seduta dell'Fsm. Al Forum l'intera settimana era trascorsa tra gli incoraggiamenti agli egiziani e le discussioni sul significato della rivoluzione tunisina e della loro per il progetto di creazione di un altro mondo possibile. Possibile, non certo.
Al Forum hanno partecipato tra le 60.000 e le 100.000 persone, un numero di per sé notevole. Per tenere un evento del genere l'Fsm richiede la presenza di forti movimenti sociali locali (che in Senegal ci sono) e un governo disposto almeno a tollerarlo. Il governo senegalese di Abdoulaye Wade infatti era pronto a tollerare l'FSM, anche se tre mesi fa era già tornato indietro del 75 per cento rispetto alla promessa iniziale di finanziamento.
Poi però ci sono stati i sollevamenti tunisini e quelli egiziani e il governo ha cominciato a tremare. E se la presenza dell'Fsm avesse ispirato analoghi moti in Senegal? Cancellare l'incontro non era possibile in considerazione dell'arrivo annunciato di Lula dal Brasile e di Morales dalla Bolivia, nonché dei numerosi presidenti africani previsti. E così il governo ha deciso di optare per il male minore. E ha cercato di sabotare il Forum. Lo ha fatto licenziando, quattro giorni prima dell'apertura dei lavori, il rettore della principale università nella quale il Forum si doveva tenere, e nominando un nuovo rettore che si è affrettato a ritirare il provvedimento con cui il suo predecessore aveva deciso di interrompere le lezioni in modo da rendere disponibili le aule.
Il risultato è stato un gran caos organizzativo, almeno per i primi due giorni. Alla fine il nuovo rettore ha concesso 40 delle 170 aule necessarie. Intanto gli organizzatori avevano alzato le tende in tutto il campus, e l'incontro era andato avanti malgrado il sabotaggio.

Ma il governo senegalese aveva ragione ad essere tanto spaventato? L'FSM stesso si è interrogato sulla propria rilevanza rispetto ai sollevamenti popolari nel mondo arabo e altrove, portati avanti da gente che proababilmente del Forum non aveva mai sentito nemmeno parlare. La risposta dei partecipanti rifletteva l'eterna divisione tra di loro. C'erano quelli che ritenevano che dieci anni di incontri dell'Fsm avessero contribuito significativamente a delegittimare il processo di globalizzazione neoliberale e che quel messaggio fosse penetrato ovunque. E poi c'erano quelli che ritenevano che i sollevamenti dimostrassero come le trasformazioni politiche si consumino altrove e non nell'Fsm.
Quanto a me, nell'incontro di Dakar sono stato colpito da due cose notevoli. La prima, che nessuno o quasi abbia mai accennato al Forum economico mondale di Davos. Quando fu fondato l'Fsm nel 2001, fu proprio in funzione anti-Davos. Nel 2011, Davos sembrava ormai così privo di importanza politica che i presenti si sono limitati a ignorarlo.
La seconda cosa che mi ha colpito è stato fino a che punto tutti sottolineassero la forte interconnessione dei temi sul tappeto. Nel 2001, l'Fsm era preoccupato soprattutto delle conseguenze economiche negative del neoliberismo. Ma in ogni incontro successivo ha aggiunto nuove preoccupazioni: le problematiche di genere, l'ambiente (in particolare i cambiamenti climatici), il razzismo, la salute, i diritti delle popolazioni indigene, le lotte operaie, i diritti umani, l'accesso all'acqua e la disponibilità di risorse alimentari ed energetiche. E improvvisamente a Dakar, indipendentemente dal tema dell'incontro, è balzata in primo piano l'interconnessione tra tutte quelle questioni. E questa, direi, è stata la grande conquista dell'Fsm: abbracciare un numero sempre maggiore di problematiche e diffondere tra la gente la consapevolezza della loro profonda interdipendenza.
Tuttavia era avvertibile un rammarico di fondo tra i presenti. Giustamente è stato osservato che tutti sapevamo bene contro cosa ci schieravamo ma che avremmo dovuto mettere sul tavolo più chiaramente ciò per cui vogliamo combattere. E questo potrebbe essere il nostro contributo alla rivoluzione egiziana e alle altre che verranno, dappertutto.
Il problema è che rimane un disaccordo irrisolto tra coloro che vogliono un mondo diverso. Ci sono quelli che credono che sia necessario maggiore sviluppo e modernizzazione per permettere una più equa distribuzione delle risorse. E ci sono quelli che credono che sviluppo e modernizzazione siano la maledizione della civiltà capitalista, e che si debbano ripensare le premesse di base del mondo futuro, per quello che definiscono un cambiamento di civiltà.
Quelli che si battono per il cambiamento di civiltà lo fanno sotto vari ombrelli. Ci sono i movimenti indigeni delle Americhe (e non solo) che dicono di volere un mondo basato sul «buen vivir» - definizione latino-americana -, ovvero un mondo basato su valori buoni, un mondo che chiede di rallentare una crescita economica illimitata che, argomentano, il pianeta è troppo piccolo per sostenere.
Se i movimenti indigeni incentrano le loro richieste sull'autonomia per controllare i diritti sulla terra nelle loro aree, in altre parti del mondo ci sono i movimenti urbani che sottolineano come la crescita illimitata stia portando al disastro climatico e a nuove pandemie. E poi ci sono i movimenti femministi che sottolineano come la crescita illimitata sia legata al mantenimento del sistema patriarcale.
Questo dibattito sulla «crisi di civiltà» ha grandi implicazioni per il tipo di azione politica che sottoscrive e per il ruolo che i partiti della sinistra che vogliono andare al governo dovrebbero svolgere nella trasformazione globale in discussione. Non sarà facile trovare una soluzione, ma si tratta certamente di un dibattito di importanza cruciale per il prossimo decennio. Se la sinistra non sarà in grado di risolvere il disaccordo su un tema chiave come questo, allora il collasso dell'economia capitalistica mondiale potrà portare al trionfo della destra nel mondo e a un nuovo sistema-mondo ancora peggiore di quello attuale.
Al momento, tutti gli occhi sono concentrati sul mondo arabo, per capire fino a che punto gli sforzi eroici degli egiziani trasformeranno la politica in quel mondo. Ma la scintilla della ribellione può scoppiare ovunque, anche nelle regioni più ricche d'Europa. Dunque per ora un qualche ottimismo è giustificato.
      (Traduzione di Maria Baiocchi.
      Copyright by Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global)

Messico e... arsenico!
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 19 ottobre 2010


Alcuni anni fa, ho letto un fantastico libro di Pino Cacucci, "Demasiado Corazon", che si può definire un "Noir militante". Cacucci è uomo che conosce il Messico (avendolo visitato TUTTO!) granello di polvere per granello di polvere, in quel romanzo raccontava di un italiano, un foto reporter "free" come si suol dire, che viveva in Messico a Tijuana, appena oltre il grande confine con il Nord ricco e ultra-capitalista. Indagando su  strane morti per leucemia che colpivano gli abitanti di un complesso di condomini in una zona povera, leucemie che arrivavano precedute da incubi orribili che turbavano tutti gli inquilini, scopriva che i materiali e il cemento con cui erano state costruite quelle misere case, erano impastate con tutte le più grosse schifezze velenose smaltite illegalmente lì da una multinazionale statunitense... Seguiva poi tutta la storia che si intrecciava con un ex militare americano coinvolto nella "Guerra sporca" degli anni 80 in Centro-America... Questo romanzo mi è tornato alla mente leggendo questo  articolo sul Manifesto di domenica, che parte facendo un'analisi sul Messico di oggi portando ad esempio la storia di El Salto, nello stato messicano di Jalisco, dove vengono sversati senza ritegno tutti i liquami e veleni altamente tossici delle industrie del circondario, in particolare della vicina Guadalajara. Il Messico è il modello più calzante del fallimento del neoliberismo imposto al Centro-Sud America a partire dagli anni 70. Ho già parlato spesso dell'inferno di Ciudad Juarez, della guerra dei narcos e delle migliaia di donne uccise in quella zona, donne che vi andavano per lavorare nelle tristemente famose "Maquiladoras" le fabbriche "delocalizzate" come si dice oggi, in Messico da parte delle grandi multinazionali, dove trovano manodopera d sfruttare e sottopagare indecentemente. Ma da noi, come sempre, si tende a semplificare il tutto con i problemi legati ai narcos, mentre il Messico, purtroppo, ne ha molti di più! Oltre all'inquinamento, la sua società è una delle più diseguali al mondo, con pochi ricchissmi, ma con una miseria è povertà che arriva al 70%! Il tristemente famoso Moises Naim (idolo di Riotta e del Sole24Ore, azzardava dalle pagine dell'Espresso, di un "Miracolo messicano", il tutto volto solo allo sputtanamento degli altri paese latinoamericani "non allineati". Niente di più falso! Il Messico vive una situazione tragica dal punto di vista economico, con un Presidente farlocco, e i Cartelli della Droga che la fanno da padroni, insieme ad una ristretta cerca di super-ricchi. Nel 2010 correva il centenario dall'ultima rivoluzione messicana, quella contro Porfirio Diaz... C'era la speranza di una nuova rivolta vista la situazione, ma purtroppo tutto questo è svanito... E', nonostante ci siano movimenti di sinistra e indigeni molto vitali in tutto il paese, il Governo centrale, storicamente, è sempre riuscito a reprimerli, spesso anche nel sangue! La speranza del Chiapas e dei zapatisti di Marcos sembra ormai svanita, rimangono forti solo in alcuni municipi della stato a sud del paese... Nel 2006, la rivolta della APPO, l'organizzazione guidata dai maestri e professori di Oaxaca, che era riuscita a spingere molta gente a rivoltarsi contro il corrottissimo governatore di quello stato, Ulisses Ruiz, è stata repressa nel sangue violentemente, perse la vita anche un reporter indipendete americano di Indymedia, ucciso selvaggiamente dalla Polizia locale sotto l'occhio della sua telecamera! Nello stesso anno, come ricordavo prima, Felipe "Fecal" Calderon riusciva con massicci brogli a rubare la sicura vittoria del candidato di sinistra Andrès Manuel Lopez Obràdor... da lì in poi, il tutto è scivolato in un anonimato, sopratttutto internazionale, anche se all'interno del Messico l'opposizione è viva e lotta, nonostante i mezzi limitati e la tremenda guerra civile con i narcos! In questi giorni che precedono l'importante vertice Onu di Cancun sul clima, movimenti sindacali, indigeni e contadini messicani ripartono con nuovo entusiasmo e piglio, cercando un'unità forte, per presentarsi meno frammentati a questo appuntamento importante, che potrebbe riportare su di loro almeno un pò di attenzione nel mondo! Come il sindacato dello SME, quello degli elettricisti messicani, che da più di un anno resistono contro l'ennesima, selvaggia, militare e inutile privatizzazione di "Luz y Fuerza", l'impresa pubblica di elettricità del Messico, la loro Enel in poche parole... Anche qui tanta repressione, ma è la forza dei messicani, che ho conosciuto, che mi fa sperare, perchè nonostante tutto il male, la miseria, la violenze e la corruzione dei loro governanti, un briciolo di quello spirito rivoluzionario gli rimane nel cuore!!!! QUE VIVA MEXICO!!!!!

da www.ilmanifesto.it

APERTURA   |   di Marica Di Pierri - EL SALTO
MESSICO
Nessuno ferma i veleni di El Salto
I trattati di libero commercio, come il Nafta, hanno favorito uno sviluppo industriale senza regole. E così alcune tra le principali multinazionali hanno trasformato una zona incontaminata del paese nell'inferno in terra: morti per ingestioni d'arsenico, fauna ittica estinta, alberi seccati. A difendere le comunità gli attivisti di «Un Salto di vita»
Se fosse vivo, oggi Miguel Angel Lopez avrebbe 10 anni, frequenterebbe il collegio e vestirebbe con il gilet blu e i calzettoni bianchi, come tutti i ragazzini messicani di quell'eta. Ma Miguel, due anni e mezzo fa, è morto dopo 20 giorni di agonia, lasciando un senso di impotenza e di rabbia tra i cittadini di El Salto, municipio di 100.000 anime nello stato di Jalisco, in Messico. Il dramma di Miguel non ci riporta alle tante morti accidentali causate da sparatorie, regolamenti di conti tra cartelli della droga o incidenti stradali, pur comuni in questo paese segnato da 6mila chilometri di vena scoperta che corre lungo la frontiera nord.
Quando di anni ne aveva da poco compiuti otto, mentre giocava a pochi passi da casa, nella colonia Azucena, Miguel è semplicemente caduto nel fiume: fulminato dalla contaminazione che ha reso El Salto il fiore all'occhiello dell'inferno in terra messicano. Il referto: morte per ingestione di arsenico, un livello superiore di 400 volte rispetto alla concentrazione massima prevista per legge.
Guadalajara scarica qui
El Salto ha un che di lugubre, di spento, nonostante il calore della sua gente. La compresenza di un enorme polo industriale e di una discarica di 71 ettari nella quale affluiscono i rifiuti urbani di Guadalajara, la seconda città del Messico, incombe sulle vite dei 150.000 abitanti di El Salto e della vicina Juanacatlàn. Il maestoso Fiume Santiago, vecchia gloria del luogo, con le sue grandi cascate un tempo meta turistica ambita dai cittadini di tutto lo stato, riceve 1000 litri di acque reflue al secondo dalle vicine città e gli scarichi di circa 250 industrie - tra cui Nestlè, Roche, Hitachi, IBM etc. - hanno distrutto quella che 30 anni fa era una zona incontaminata e rigogliosa. Dalle rapide del fiume, oggi ridotto a un corso di schiuma opaca, la fauna ittica è sparita dai primi anni '80. Gli alberi da frutta che affollavano gli argini sono stecchiti come carcasse al sole. La stessa aria di El Salto è irrespirabile. Arrivando in macchina lungo l'ampia strada che collega la zona al cono urbano di Guadalajara si è colpiti dalla violenza degli odori sprigionati dai terreni e dai corsi d'acqua che segnano il paesaggio.
Tumori e leucemie a gogò
Gli indici di incidenza di malattie degenerative come tumori e leucemie che si registrano qui sono i più alti del Messico. Nell'isolato in cui abita la famiglia che ci accoglie, i Gonzales - un isolato di una 20ina di case - negli ultimi due anni sono state registrate sei morti per cancro, e altri due vicini sono attualmente in fin di vita. I Gonzales sono tra i promotori del comitato «Un Salto di Vita», nato per difendere la comunità dalle inadempienze criminali delle imprese e dalla colpevole inerzia delle istituzioni. Una lotta che gli abitanti portano avanti con forza, ma che assomiglia a una battaglia contro i mulini a vento tale è la sordità del governo statale.
El Salto è uno dei municipi più contaminati del paese e rappresenta l'emblema dello sviluppo «alla messicana», ma non è che uno soltanto degli innumerevoli esempi del macello ambientale, sociale ed economico che è diventato il Messico, in pochi decenni. La mappa della devastazione ambientale tocca zone urbane, rurali e indigene, costringendo circa 600.000 messicani a lasciare il paese ogni anno e molti di più ad abbandonare le comunità per spostarsi nelle grandi metropoli. Le origini di questo processo di spoliazione e sfollamento massivo sono da cercare indietro negli anni, ripercorrendo le scelte economiche dei governi succedutisi negli ultimi decenni e le riforme strutturali spinte dalle organizzazioni finanziarie internazionali. Ma sono stati l'apertura del paese ai capitali stranieri e le politiche di sviluppo neoliberali iniziata negli anni '70 a permettere ai grandi gruppi economici di muoversi indisturbati, sfruttando risorse naturali senza il vincolo di una normativa organica in materia ambientale. I trattati di libero commercio come il Nafta, in vigore dal '94, hanno definitivamente compromesso la sovranità economica ed alimentare della popolazione.
Agrobusiness e speculazione
Grazie alle speculazioni finanziarie, all'agrobusiness e all'invasione degli ogm, i prezzi degli alimenti sono raddoppiati nel giro di pochi anni senza che a ciò corrispondesse un aumento dei salari. L'inflazione incontrollata, assieme alla deruralizzazione di intere regioni e alla conseguenze urbanizzazione che si espande a macchia d'olio ha avuto come risultato un ulteriore aumento della povertà.
Dal punto di vista politico, il paese ha conosciuto nell'arco di neanche trent'anni ben due frodi elettorali. L'ultima, nel 2006, ha portato al potere il candidato di estrema destra Felipe Calderòn a scapito dell'avversario di centrosinistra Obrador aprendo una pericolosa breccia nel sistema democratico messicano. Dalla sua elezione la situazione del paese è peggiorata sia dal punto di vista economico che della sicurezza. Con 110milioni di abitanti di cui sessanta sotto la soglia di povertà le statistiche sociali mostrano oggi la fotografia di un paese in ginocchio.
Il fallimento delle ricette del Fmi
Una realtà distante anni luce da quella disegnata dal Fmi, secondo cui il Messico avrebbe il secondo reddito pro capite e il più alto potere d'acquisto dell'America Latina. Queste cifre rappresentano il sintomo di una società che tende a generare una ridottissima élite che detiene gran parte della ricchezza e a mantenere dall'altro lato folle crescenti di poveri privati. È infatti messicano l'uomo più ricco del mondo: Carlos Slim, con un patrimonio che sfiora i 70 miliardi di dollari, mentre il reddito del 70% della popolazione raggiunge appena i due dollari al giorno. Lo spalancamento progressivo di questa forbice, passato attraverso lo smantellamento dello stato sociale e la privatizzazione dei principali settori strategici dello stato - trasporti, telecomunicazioni, banche, petrolio, sistema elettrico, industrie etc. - ha disegnato una mappa di esclusione sociale e acceso ovunque conflitti che il governo non esita a reprimere nel sangue.
Conflitti e guerra sporca
Conflitti i cui leader, assieme a difensori di diritti umani, attivisti, giornalisti scomodi e intellettuali non allineati sono bersaglio di una strategia di criminalizzazione promossa dal governo e messa in atto con meticolosa cura dalla forze armate, in una guerra sporca contro la popolazione civile invisibile ai media e agli organismi internazionali. Analizzata da vicino, la struttura economica messicana costituisce di per sé un paradosso: se una fetta enorme della ricchezza proviene dai proventi illeciti del narcotraffico e dagli imperi economici riconducibili a una manciata di potenti famiglie, il resto della torta si compone di una rete amplissima di economia informale che si muove nelle piazze e nelle case.
In Messico circa la metà dei lavoratori non gode di previdenza né assistenza sanitaria, è questa la ragione che costringe molti anziani a continuare a lavorare sulle strade in una corsa quotidiana alla sopravvivenza che dura tutta la vita. Se la situazione economica continua a incidere negativamente su fette crescenti di popolazione, meglio non va dal punto di vista della pace sociale. Anche su questo versante il paese è immerso in una spirale di violenza senza precedenti.
I giornali fanno mostra di immagini cruente che raccontano l'orrore quotidiano: decine di corpi mutilati che saltano fuori da una parte all'altra del paese. Le cifre dei caduti nella guerra di Calderòn contro il narcotraffico hanno le dimensioni di una guerra civile. Il governo continua a utilizzarle per giustificare gli enormi fondi stanziati per la sicurezza e la crescente presenza militare Usa ma non è riuscito a insabbiare i tanti scandali che hanno svelato negli ultimi anni la rete di fitte connessioni tra cartelli, politica e forze armate, tale di far parlare diversi analisti messicani ed internazionali di un «narco-stato».
La virulenza del cancro che ha intaccato al midollo la struttura politica, economica e sociale del Messico non basta tuttavia ad appannare l'immagine falsata e edulcorata che all'estero si percepisce del paese. Complice, un raffinato sistema di propaganda costruito grazie al controllo dei mezzi di comunicazione che sono in mano a poche holding di potere per lo più colluse con la politica. Primo, secondo, terzo e quarto potere tutti saldamente in mano alla stessa élite. A beneficio di pochi e, come sempre, in un copione già visto in molti altri paesi del mondo, a scapito della maggioranza.

Montezuma... che triste pensare alla sorte del tuo grande Impero! Ma speriamo che i tuoi discendenti riescano a sorprenderci! 

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