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"STATE PER ENTRARE IN TERRITORIO ZAPATISTA RIBELLE, QUI IL POPOLO COMANDA E IL GOVERNO OBBEDISCE!"
Guerra inutile...
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 12 aprile 2011


Come sempre, la solita stronzata della "Guerra Umanitaria", si è trasformata in un bel guaio per l'occidente... Inutile dirlo: si sono impantanati! La Francia, che era partita cazzuta e decisa, balbetta, gli americani svicolano, gli inglesi da quando hanno quel pesce lesso di Cameron (che riesce persino a far rimpiangere Blair, tutto dire!) sono intenti solo a distruggere il loro settore pubblico... Noi... beh, ragazzi siamo noi! I tedeschi hanno altro a cui pensare, e così la Nato si trova lì a dire, ne più, ne meno "Beh, ma che cazzo facciamo?!?!?"... semplice... fanno fuori i civili con le bombe intelligenti! Perciò, per ora se la ride Gheddafi, finchè non si arriverà a mettere le mani su l'unica cosa che ci interessa: il petrolio! Però, quanto dovrà durare ancora tutto questo? E poi: Siria, Yemen, Bahrain, altri paesi arabi in subbuglio... lì, cos'abbiamo intenzione di fare?!?!?!? Insomma, tutto poco chiaro! Perciò voglio postare un'intervista apparsa sul Manifesto di sabato a Noam Chomsky, uno dei più grandi intellettuali e linguisti a livello mondiale, ci sono sicuramente alcune risposte sensate su Libia e dintorni...

da www.ilmanifesto.it

INTERVISTA di Patricia Lombroso
- NEW YORK

«Un intervento neo-imperiale »
Intervista a Noam Chomsky: «Il triunvirato di Francia, Gran Bretagna e Stati uniti ha violato la Risoluzione 1973 che invocava "sforzi umanitari per evitare che i militari di Gheddafi entrassero a Bengasi", schierandosi a favore degli insorti con i raid della Nato e ora armandoli. Consapevoli così di mettere al sicuro le maggiori riserve di petrolio libico in Cirenaica, di fronte ormai all'inaffidabile Gheddafi»

 

«L' attacco militare alla Libia da parte del triunvirato imperiale di Gran Bretagna, Francia e Stati uniti e dei riluttanti "volenterosi" non ha nulla di "umanitario". È una guerra, punto e basta. Le motivazioni addotte dai leader politici ed opinionisti per questo intervento invocando scopi "umanitari" è inesistente, perché ogni ricorso alla violenza militare viene da sempre giustificata, anche dai peggiori mostri come Hitler, per autoconvincersi della verità di quanto asseriscono. Basti pensare a Mussolini, quando invase l'Etiopia. I massacri della popolazione civile vennero vantati «per apportare I benefici della civilizzazione alla popolazione oppressa e l'apporto diun futuro meraviglioso». Questo sarebbe quello che chiamiamo umanitario? Anche Obama può credere che la motivazione dell'intervento militare in Libia è a scopi "umanitari". Ma un quesito essenziale e molto semplice da porsi sulle reali motivazioni per l'intervento militare in Libia è un altro. Questi nobili intenti espressi dal triunvirato imperiale che si definisce "intervento umanitario e alla responsabilita di proteggere le vittime" è diretto alle vittime dei brutali crimini da loro commessi, oppure dei crimini commessi dai loro fedeli clienti? Ha Obama, per esempio,invocato la no-fly zone durante la criminale e distruttiva invasione del Libano da parte di Israele nel 2006, e da loro appoggiata? Non ha forse Obama strombazzato con vanto, durante la sua campagna elettorale, che in Senato aveva sottoscritto l'invasione israeliana del Libano con la richiesta di punizioni per l'Iran e la Siria per essersi espressi contro?». È con questa spietata demistificazione storica che Noam Chomsky, linguista, filosofo e storico oppositore americano, apre l'intervista al manifesto sulla guerra in Libia.

Quali sono le violazioni commesse da quello che lei chiama «triunvirato imperiale», subito dopo aver ottenuto la Risoluzione l973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con il mandato addotto «di proteggere la popolazione degli insorti in Libia da una imminente carneficina delle forze di Gheddafi»?
La Risoluzione delle Nazioni Unite approvata dai membri della Coalizione e dai reticenti «volenterosi» con ampio mandato, invocava «sforzi umanitari per evitare che le forze militari di Gheddafi entrassero a Bengasi per evitare una carneficina». La Coalizione del triunvirato, ignorando in toto il mandato, si è precipitata immediatamente ad agire ben oltre le dichiarazioni espresse nella Risoluzione Onu, anzi interpretandola come una autorizzazione istituzionale ad una diretta partecipazione militare schierata a favore degli insorti. Fornendo loro appoggio militare con i bombardamenti della Nato, ben consapevoli così di mettere al sicuro le maggiori riserve di petrolio libico in quella parte del paese, cioè in Cirenaica. La Risoluzione l973 non fa affatto menzione della licenza di schierarsi dalla parte degli insorti libici. In secondo luogo, la decisione intrapresa dalla Coalizione nella dichiarazione d'intenti del mandato Onu viola «l'embargo di armi interne ed esterne al paese» da essi stessi sottoscritta alle Nazioni Unite, nel momento in cui si deciderà, e si sta decidendo, di armare gli insorti. Questo comporta inevitabilmente l'invio di forze militari da combattimento in Libia per l'addestramento degli insorti, disorganizzati e privi di efficiente munizionamento per contrastare le forze di Gheddafi. Di fatto, il triunvirato imperiale costituito da Francia, Gran Bretagna e Stati uniti è direttamente partecipe e coinvolto nella guerra civile in Libia. Se questo era l'intento vero, è bene che lo si sappia. Chiamiamo tutto questo «umanitario»?

Qual è il reale obiettivo di Sarkozy e di Cameron? C'è anche un riscontro interno che loro hanno ricercato, in Francia e in Gran Bretagna?
Proprio questo sospetto. Che la guerra in Libia venga usata come diversivo per la politica interna, visto anche il crollo ai minimi storici della loro popolarità.

Quanto conta la questione del prezioso petrolio libico?
Il controllo delle risorse petrolifere della regione mediorientale resta il movente principale per le potenze occidentali. Ma in termini nuovi e particolari. Gli europei in particolare non sono tanto preoccupati dall'accesso alle riserve petrolifere libiche, quanto al controllo di quelle ancora in mano a Gheddafi ormai non piu affidabile. Ricordiamoci che sino a poche settimane fa intercorrevano splendidi rapporti di scambio commerciale e di furniture di armi tra Stati uniti, potenze occidentali come Francia e Gran Bretagna e Gheddafi. Un altro fattore che risulta da documenti ufficiali sia degli Stati uniti sia della Gran Bretagna, è l'enfasi ribadita del timore costante che nel mondo arabo possa prendere piede un nuovo «virus nazionalista» di stampo neo-nasseriano. Il rischio sarebbe quello di veder orientare o sottomettere i profitti delle riserve petrolifere verso le richieste socioeconomiche delle proprie popolazioni.

Se sussiste per le potenze occidentali il rischio del «virus nazionalista» e del controllo delle riserve petrolifere, come influirà il caso della Libia sul mondo arabo tantopiù in rivolta contro i propri regimi?
Un dittatore affidabile o clientelare non si tocca. Di fatto non c'è stata nessuna reazione né imposizione della no-fly zone da Washington quando la dittatura saudita è intervenuta solo venti giorni fa in Bahrein, massacrando la popolazione che insorgeva per le riforme. Il Bahrein è uno stato fondamentale, geostrategico per gli Stati uniti. Lì è alla rada la Quinta Flotta Americana del Golfo. Negli stati dove le risorse di idrocarburi non abbondano, la tattica perseguita è sempre la stessa: per gli Stati uniti, quando il dittatore-cliente è nei guai lo si appoggia e lo si sostiene fino a quando è possibile. Quando non è piu possibile ecco che segue una pletora di dichiarazioni ispirati all'amore per la democrazia e dei diritti umani. Il tentativo ultimo è quello del salvataggio del regime del dittatore diventato scomodo. La casistica è noiosamente familiare: Duvalier, Marcos, Ceaucescu, Mobutu, Suharto ed oggi Tunisia ed Egitto. La Siria per ora non presenta alternative che possano far comodo agli obiettivi che stanno a cuore agli Stati uniti. In Yemen un intervento militare creerebbe maggiori problemi a Washington. Così tutti gli esercizi di violenza cui stiamo assistendo con massacri della popolazione in rivolta, sollecita soltanto pietose dichiarazioni in nome della «democrazia» e dei diritti umani.

Come pensa andrà a finire in Libia e quali prospettive restano alle primavere del mondo arabo?
Nessuno è in grado di prevedere sino a quando sarà possible reprimere movimenti popolari nello scontro col potere costituito. Possiamo soltanto comprendere perche questo avvenga. In Tunisia ed Egitto il vecchio regime è piu o meno vigente, senza l'apporto di salienti cambiamenti socioeconomici a favore dei movimenti popolari, con piccole vittorie seppure molto importanti. Quanto alla Libia, che è una caso molto diverso, dopo l'intervento «umanitario» del triunvirato occidentale è prevedibile una spartizione del paese in due parti: una parte in mano agli insorti, ricca di riserve petrolifere con giacimenti sul territorio ancora non sfruttato, fortemente dipendente dalle potenze imperiali dell'occidente; ed un'altra parte che resta con un Gheddafi depauperato del suo potere. E in una Libia di fatto più impoverita. Una volta assicurato il controllo dei pozzi petroliferi potremmo trovarci dinanzi ad un nuovo «emirato libico», quasi disabitato, protetto dall'Occidente e molto simile geostrategicamente al resto degli emirati del Golfo Persico.




Squatter!
post pubblicato in Politica , il 28 marzo 2011


da www.corriere.it

TREMONTI: NON C'E' PETROLIO - «Quello che sta succedendo in Siria è un fatto molto importante, perché si tratta di un Paese mediamente grande e della caduta di un regime in piedi da mezzo secolo. Penso che la catena delle rivoluzioni arriverà fino in Asia», è l'analisi del ministro dell'Economia Giulio Tremonti alla trasmissione «In mezz'ora» di Lucia Annunziata su Rai 3. «Ho come l'impressione che non c'è il petrolio e che la voglia di intervento sia minore», ha aggiunto Tremonti.

Evvai Giulio, rolliamoci un cannone e poi tutti insieme alle manifestazioni per la pace! Come al solito, è bello dopo tanti anni in cui ti sei preso una fila di insulti (il più carino "Alleato del terrorismo!") da tutti i vari merdoni governativi e giornalisti stronzi al seguito, sapere che alla fine avevi ragione, che dietro alle cosiddette "Guerre Umanitarie" (cagata da circo!) ci sono solo interessi economici legati, quasi sempre, al petrolio! Altro che lotta al terrorismo, all'integralismo, ai dittatori e cazzate assortite... Fanculo Giulio, non credere che adesso ti meriti l'applauso per la sincerità, crepa tu e tutti i Filistei! 

Si può fare!
post pubblicato in America Latina e dintorni, il 6 agosto 2010


Nel mare di notizie di merda che arrivano dalla politica italiana e mondiale, ho finalmente trovato qualcosa che mi solleva il morale... La notizia arriva dall'Ecuador, per la prima volta da millenni (credo), si è deciso di non trivellare più per estrarre petrolio nella regione dell'Amazzonia ecuadoriana chiamata Yasuni, un paradiso incontaminato abitato praticamente solo dagli indigeni. Si, avete capito bene, il petrolio questa volta rimarrà al suo posto, ovvero sotto terra! E' questa svolta la dobbiamo ai movimenti sociali dell'Ecuador e dalle associazioni di indigeni dell'Amazzonia, che, grazie anche ad un Presidente come Rafael Correa, sono riusciti a portare a compimento quanto promesso nel 2007. Questo avviene anche grazie all'Onu e a paesi come la Germania, che finanzieranno il progetto, ma sopratutto ad uno dei presidenti dell'ondata progressista e socialista che negli ultimi anni stanno cercando di cambiare radicalmente il continente sudamericano. Dunque, finalmente, non ci sarà una qualche multinazionale di merda che andrà a fare scempio del polmone verde del pianeta, il che riconcilia almeno in parte con in gravissimi fatti dello scorso anno avvenuti in Perù, dove nella regione amazzonica di Bagua ci fu un massacro delle popolazioni locali da parte dell'esercito del Presidente Garcia (uno dei pochi pezzi di merda rimasti), solo perchè la gente si opponeva all'ennesimo criminale sfruttamento delle risorse e della terra da parte di multinazionali senza scrupoli! Finchè durerà (anche Correa ha comunque tenuto un pò il piede in due staffe, quando non c'erano ancora certezze sulla fattibiltà...), la speranza di "Un altro mondo è possibile" l'avrò, anche in questo periodo di ultra-merda!

da www.ilmanifesto.it

APERTURA   |   di Roberto Zanini
PROGETTO YASUNI
Ecuador, la selva batte il petrolio
Firmata a Quito la costituzione di un fondo che servirà a lasciare il greggio dell'Amazzonia dove sta, cioè nel sottosuolo di un parco naturale. Governi e associazioni potranno sottoscrivere «bond» per 3 miliardi e 600 milioni di dollari. Multinazionali battute. Il fantascientifico progetto del presidente ecuadoriano Correa è una realtà
Tre miliardi e 600 milioni di dollari per tenere il petrolio dove sta, cioè sottoterra: sembrava fantascienza nel 2007 quando il presidente dell'Ecuador Rafael Correa lanciò la proposta di farsi pagare per non toccare quegli enormi giacimenti di greggio nascosti sotto l'Amazzonia, in un parco chiamato Yasuni, situato nel cuore verde del pianeta. Da ieri è una realtà. L'Ecuador e l'Onu hanno firmato a Quito l'accordo che costituisce il fondo internazionale «Yasuni-Itt». Co-gestito dallo United nations development fund (Undp), il trust internazionale è lo strumento finanziario di una vera e propria rivoluzione verde.
Funziona così: il governo dell'Ecuador si impegna a non estrarre circa 900 milioni di barili di greggio amazzonico che le prospezioni avevano scoperto fin dagli anni Trenta e definitivamente accertato nel 2000 nel parco dello Yasuni, in particolare nel segmento chiamato Itt (Ishpingo, Tambococha e Tiputini). Governi, aziende o persone fisiche potranno acquistare certificati di garanzia chiamati Yasuni guarantee certificates, incassabili - senza interessi - se l'Ecuador venisse meno al suo impegno e cominciasse a sfruttare i giacimenti. In questo modo l'intero pianeta si risparmia il versamento nell'atmosfera di oltre 400 milioni di tonnellate di anidride carbonica, oltre a salvare la biodiversità di un'area in cui un solo ettaro di foresta possiede più qualità di piante che in tutti gli Stati Uniti e il Canada insieme, e salvaguardare la vita di almeno tre popolazioni indigene residenti.
Non è semplice green economy, è qualcosa di più. E se «rivoluzione» può sembrare un termine azzardato, non lo è per un paese povero come l'Ecuador, che apre una strada mai tentata: indirizzare le energie per lo sviluppo in direzione diversa dal tradizionale binomio estrazione-industrializzazione.
Il cammino degli Yasuni-bond è stato lungo e accidentato, in patria e fuori, ha registrato momenti di entusiasmo come di vera e propria furia politica, ma alla fine il progetto è arrivato in porto, costituendo in qualche modo la certificazione che governi e movimenti possono trovare punti di contatto.
Innanzitutto, la rivoluzionaria proposta del presidente Correa... non è di Correa. All'origine dell'idea di farsi pagare per lasciare il petrolio nel sottosuolo ci sono i movimenti sociali ecuadoriani, che dal 2003 protestavano contro le continue autorizzazioni che i vari governi (Correa compreso) concedevano alle multinazionali del petrolio. Nel 2007 il presidente l'ha accettata, sponsorizzata a volte con entusiasmo e a volte più o meno obtorto collo, e infine l'ha sposata quando si è reso conto che la strada era finanziariamente praticabile, cioè che qualche ricca economia dell'occidente ci avrebbe messo dei soldi, soldi veri. La ricca economia in questione è la Germania, capofila di una oggi esigua lista di donatori, che si è impegnata a versare 50 milioni di dollari l'anno per i prossimi 13 anni. Hanno preso impegni finanziari anche Spagna, Francia, Svezia e Svizzera, ma la campagna di sottoscrizione degli Yasuni-bond è appena cominciata.
I movimenti sociali dell'Ecuador sono da anni piuttosto forti, rappresentano blocchi sociali abbastanza definiti, hanno un tratto marcatamente indigenista e ambientalista. Prima di Rafael Correa, i presidenti che hanno incrociato i movimenti sulla loro strada ne sono usciti per lo più con le ossa rotte: almeno tre capi di governo sono stati cacciati a furor di popolo dopo aver mancato o tradito gli impegni sottoscritti con le principali centrali indigene e ambientaliste, come la Conaie o Accion Ecologica. L'elezione di Correa ha semplificato le cose, i movimenti gli hanno dato man forte fin dall'inizio, ma nell'operazione Yasuni hanno dato il meglio di loro: i negoziati hanno letteralmente consumato tre diversi ministri e altrettanti team di negoziatori, con lo stesso Correa che con una mano proponeva la rivoluzionaria ipotesi degli Yasuni-bond ma con l'altra minacciava costantemente i promotori di ripiegare sul «piano B», cioè di cominciare sfruttare i giacimenti, se la comunità internazionale non avesse cominciato a farsi uscire dei soldi di tasca. Le multinazionali del petrolio (come Petrobras, la canadese Encana, la statunitense Occidental Petroleum, la spagnola Repsol-Ypf) erano già pronte a saltare addosso ai giacimenti amazzonici. L'ultimo team costretto alle dimissioni ha gettato la spugna lo scorso gennaio: l'intera commissione tecnica incaricata di presentare il progetto si dimise per discrepanze con il presidente Correa sullo strumento finanziario da adottare - e sempre con lo spettro del «piano B» incombente.
Adesso lo strumento finanziario è una realtà, l'Onu se ne è fatta carico per la sua parte, le cifre sono state chiarite. I giacimenti di greggio del parco dello Yasuni valgono oltre 7 miliardi e 200 milioni di dollari: la cifra di 3 miliardi e 600 milioni che dovrebbe essere sottoscritta dagli «investitori» è la metà di quanto l'Ecuador potrebbe ricavare vendendo il suo petrolio ma devastando la sua Amazzonia. In Ecuador il piano Yasuni è molto popolare: secondo i sondaggi, il 75% degli ecuadoriani appoggia il progetto Yasuni-Itt. Nel mondo, si vedrà: la ministro del patrimonio pubblico Maria Fernanda Espinosa sarà sabato in Cina per presentare il progetto al governo di Pechino, poi toccherà ai governi di Olanda, Belgio, Norvegia, Italia, Stati uniti e altri ancora. Un mese di tempo, e la fantascienza diventerà finanza.

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